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domenica 30 novembre 2014

Bella la vita a Mutignano

Il borgo di Mutignano è adagiato tra colline spartiacque di Atri e di Pineto su di un crinale molto panoramico.
Al visitatore appare come una bella donna distesa, languida e attraente.
 Non seduce particolarmente per la sua architettura ma è piacevole l’atmosfera bucolica del paesaggio.

L’occhio è rapito e spazia tra rigogliosi pergolati di viti fin oltre lo sperone che ospita Silvi Alta.
Più in là si apprezzano i rilievi tondeggianti della Majella e sotto, Città Sant'Angelo fino a Chieti.
Certo, da quando, anni fa, dei malviventi trafugarono la tavola artistica di Papa Silvestro nella parrocchiale, il paese ha di certo un’attrattiva minore.

La copia che campeggia nel presbiterio della chiesa a unica navata, pur dignitosa, non ha chiaramente l’identico fascino.
I turisti salivano fin quassù proprio per vivere intensamente il capolavoro del celebre artista rinascimentale, quell'Andrea De Litio sommo autore di parte del ciclo d’affreschi che impreziosisce l’abside del bellissimo
Duomo di Atri.

Proprio nella città ducale a pochi tornanti dal paesino, le opere del Maestro, tra i maggiori pittori del ‘400 abruzzese, regalano popolarità e prestigio alla nostra provincia con capolavori immortali a cominciare dalla “Strage degli innocenti” e al “Commiato della Madonna degli Apostoli”.

Questa chiesa dedicata a San Silvestro ha una particolarità che intriga: il suo ingresso è posto sotto il campanile come accade spesso nelle moschee arabe.
Dentro è custodito anche un bell'esempio di croce del prolifico artista Nicola da Guardiagrele, uno dei principali maestri orafi del ‘400, scultore fra l’altro, dell’eccelsa croce processionale esposta nel museo della basilica romana di San Giovanni in Laterano.
La custode mi conduce all'interno.
Davanti agli occhi c’è la grande pala a trittico di legno dipinto, suddivisa in vari scomparti.

Al centro si ammira San Silvestro Papa in posa benedicente, con la mano destra in alto e la sinistra impegnata a sorreggere una croce astile.
Ai lati della tavola centrale gli episodi salienti della vita dell’uomo santo: il battesimo di Costantino nel momento in cui abbraccia il Cristianesimo, la guarigione miracolosa dalla lebbra, San Silvestro che discute animosamente con i Rabbini sulle verità della Fede e due singolari miracoli che servono a conferire autorità al pontefice da parte di Dio, il toro ucciso e risuscitato e il dragone reso innocuo dalle mani tese del santo.

Fuori dalla chiesa la piccola piazza alle undici del mattino di colpo si è animata: ragazzini intenti a giocare con una palla, donne con borse della spesa.
Lungo il corso, si trova l’antica chiesa di S. Antonio, oggi auditorium, bellissimo esempio di commistione tra vari stili di epoche diverse, è come di consueto inaccessibile.
E’ sempre chiusa, non c’è verso di entrarvi.

Un simpatico signore dalla pancia prominente afferma di avere le chiavi ma dice che senza ordine del parroco non fa entrare nessuno.

Evidentemente il paese è ancora sotto choc per i furti subiti anni fa dalla Parrocchiale.
Scomparvero a causa di ignoti anche un prezioso calice antico.

Man mano che attraverso l’arteria principale del paese è come essere trasportati in altre epoche, fatte anche di genuinità e semplicità.
Ai lati della via principale c’è una teoria di minuscole rue alcune arricchite da antichi sporti tutti dipinti con opere di pittori.

In alcune aperture verso la valle sottostante s’intravede l’Adriatico rosetano.

Intorno al paese le colline sono
immerse nel silenzio della campagna.
Mutignano era il borgo felice della vicina Hatria Picena, l’odierna città ducale che aveva il suo sbocco al mare nei pressi della Torre del Cerrano di Pineto.
Il piccolo villaggio, nato per volontà di una colonia di slavi capitati qui dopo essere scampati miracolosamente a una tempesta in mare, ha subito le dominazioni di Goti, Longobardi fino al potentato della famiglia degli Acquaviva, padroni incontrastati di mezza provincia teramana.
Quadretti idilliaci si dipanano davanti agli occhi: la donna intenta all'uncinetto sulla soglia di casa, il vecchio che ci scruta con la testa a metà fuori dall'uscio, le grosse statue un po’ kitch di due innamorati su di un balcone, intenti a guardare verso l’infinito, i tanti muri affrescati da dipinti che paiono scimmiottare la vicina “Casoli Pinta”.
Tutto offre belle sensazioni visive.

Il paese recentemente è stato oggetto di un bel progetto di recupero.
L’olfatto è invece rapito dal persistente profumo delle crostate appena sfornate dal giovane panettiere all'ingresso del corso.
Il ristorante al centro del paese espone il cartello che ricorda la specialità della pasta alla mugnaia.

La fame si fa sentire.
 La passeggiata termina nel parco di Castellaro, minuscolo polmone verde del borgo, lì dove insiste la primitiva parrocchiale dedicata alla Santissima Trinità.
Tornando in macchina, nell'altra parte del paese, un po’ fuori dal’abitato, è interessante buttare uno sguardo ai ruderi di Santa Maria della Consolazione a forma di croce greca del 1408, data testimoniata da una lapide in latino.
Occorrerebbe un intervento della Soprintendenza alle Belle Arti.


Come arrivare
A24/A25/A14 RM-PE uscita Pescara Nord/ proseguire in direzione Montesilvano Marina/ Pineto
da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ A25 direzione Pescara/ A14 uscita Pescara Nord/ proseguire in direzione Montesilvano Marina/ Pineto

 Informazioni = Municipio tel. 085 94971

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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sabato 29 novembre 2014

La strada della salvezza è tutta in salita

Davanti ai ventotto gradini in legno di quercia, sono tanti i fedeli che nelle ricorrenze cristiane più importanti chiedono, salendo faticosamente in ginocchio, il perdono dei peccati per raggiungere il Paradiso.

Accade ogni anno a Roma come a Gerusalemme.
Accade anche a Campli.

In questo borgo che al visitatore sembra solo un tranquillo paesino di campagna ai piedi dei monti Gemelli, c’è una delle poche Scale Sante al mondo, dove ottenere l’indulgenza plenaria.
In realtà l’antica “Campulum” è grande nella sua storia millenaria iniziata in epoca preromana, tanto da essere da più di tremila anni, crocevia di popoli e cultura.

Basti pensare ai meravigliosi reperti della necropoli italica di Campovalano, risalenti al primo millennio avanti Cristo, ai grandi pittori che qui hanno lasciato opere indimenticabili come Giacomo da Campli, Cola D’Amatrice, Giovanbattista Boncori e tanti altri, senza dimenticare le architetture dei palazzi, le cui mura narrano antichi splendori e celano capolavori del genio umano.

Sono architetture immortali, come la cattedrale di Santa Maria in Platea, la Porta Angioina, San Paolo, il Convento francescano di San Bernardino, il Palazzo Farnese del ‘500, il convento di Sant’Onofrio, la medioevale casa del farmacista e del dottore, il Museo archeologico e mille altri tesori.

Fu Papa Clemente XIV che attribuì il privilegio della Scala Santa alla città della famiglia dei Farnesi nel lontano 21 gennaio 1772, grazie ad un paziente lavoro diplomatico di un avvocato, Gian Palma Palma, priore della Confraternita delle Sante Stimmate di S. Francesco, alla quale fu attribuito il ruolo di custode del luogo santo.

L’avvocato cercava di accrescere la fama della sua città per far rifiorire gli affari e allontanare il pericolo di un decadimento ormai inevitabile.
I gradini che rendono la strada per la salvezza dell’anima in salita, sono un rito religioso di grande importanza, legato a una tradizione biblica, priva di fondamento storico.

Fu Gesù, scendendo e salendo dal pretorio di Pilato la grande scalinata di marmo, a consacrare le pietre col sangue santo che colava dalle ferite inferte dai romani.
La tradizione vuole che, anni dopo, la madre di Costantino, Sant’Elena colta da immensa pietà durante un pellegrinaggio in Terra Santa, s’impossessò del marmo sacro, portandolo a Roma e collocandolo in forma di scala, nel palazzo Lateranense.

Quella di Campli è una delle Scale Sante in migliore conservazione esistenti al mondo, ma è sicuramente la meno nota e la meno frequentata.

Eppure, accostandosi con devozione a questo gioiello di fede ci si sente penetrare dall’atmosfera ricca di suggestioni e attese.

Il soffio del vento che giunge dalla piccola vallata circostante, inculca il desiderio di riconciliazione con Dio.
La luce riflessa che gioca sui toni del bianco e del grigio, sembra soffocare i colori brillanti del verde e del torrente Siccagno.
Sul piccolo universo fermo di questo borgo d’arte, cala il silenzio dell’anima che attende il perdono.
I segni della civiltà di colpo arrivano attutiti, persi nelle strette vie del paese.
Nel salire in ginocchio e a capo chino pregando e chiedendo perdono dei misfatti compiuti, una moltitudine di piccoli teneri angeli dalle tele dei lati, accompagnano il cammino penitente delle ginocchia.

I sei dipinti, tre a destra e tre a sinistra che ornano questo piccolo capolavoro di arte religiosa, ci ricordano quanto ha sofferto il Cristo per salvare tutti noi che spesso rifiutiamo il suo estremo dono.
E’ il luogo del perdono, dove le mute pietre sanno comunque raccontare storie e sentimenti, entrando nella parte più intima del peccatore.

Un itinerario dello spirito, in un tempio dalla struttura semplice.

L’ultimo gradino porta davanti al “Sancta Sanctorum”.
Si prega in silenzio al cospetto di un dipinto che raffigura la deposizione del Nazareno, simbolo meraviglioso del dolore che Gesù ha voluto subire per la salvezza di ognuno di noi.
Il piccolo altare dietro la grata sembra essere lì per far poggiare il peso delle miserie, degli squallori umani.
Finalmente si è liberi dai propri peccati.
La seconda scalinata si scende in piedi tra gioiose tele che ricordano la Resurrezione del Cristo.

Una cultura millenaria raccontata da tanti storici.

Serafino Razzi, domenicano, religioso che ben incarnava l’eterna condizione dell’uomo orante “in cammino” verso Dio, nel 1575 intraprese un viaggio verso l’Abruzzo, toccando anche il borgo di Campli.
Il confine fra la “provincia Pretuziana” e la “Marca Fermana”, fra lo stato e il Regno Pontificio di Civitella del Tronto, dovette lasciare in lui un segno se è vero che, profondamente colpito dalla nobiltà che permeava quel piccolo e apparentemente insignificante paesino, esclamò in una sua lettera: “ o Campulum Pretuziano…
capolavoro a cielo aperto!”.

Anni prima, lo studioso Pacifico Massimi, vissuto nel XV secolo, scrisse in un testo latino che … ”sinché esisteranno le ripe di Campli, Castelnuovo e Nocella, io ne sarò sempre amante, mai sarò immemore di ciò che ho ricevuto né mi peserebbe ricambiarlo con il dono di mille vite”.


Il cieco di Adria, Luigi Grotto, pose Campli sopra le rovine della favolosa Castro.

Lo storico Orlando non fu dello stesso parere e sostenne che i fondatori del borgo furono dei fuoriusciti di Campiglio, sulla collina sopra la valle, che gettarono le fondamenta di un quartiere che divenne in seguito “ il Ricetto” forse per la presenza di ebrei.
Giovan Battista Pacichelli invece asserì che il nome Campli derivava da intra – campi e affermò che il borgo fu fondato dai proprietari di un castello vicino.
Origini discusse, tra cui l’ipotesi di un tenimento umbro che parla di un “municipium inter campi” da cui il nome della città.

Quel che è certo che Campli trasuda, in ogni sua pietra, cultura millenaria.
Lo gridano incessantemente i tanti ritrovamenti di ogni epoca e civiltà.
Il territorio camplese ha avuto fin dalla preistoria insediamenti propri, come ci testimoniano i resti risalenti all’età del bronzo, di un villaggio di allevatori e agricoltori del XIV, XIII secolo a.C. e i ritrovamenti nella Necropoli di Campovalano con tombe risalenti al II secolo a.C. I resti raccontano anche di una civiltà romanica evoluta.

Nella zona al margine nord ovest della necropoli, sotto l’altare della chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, fu ritrovato un frammento di epigrafe, in lettere capitali con dedica a Giulio Cesare, resti con tutta probabilità di un piedistallo di statua innalzata per disposizione dell’ex “Lex Rufrena” del 44 a.C. in onore a Cesare divinizzato.

Nella stessa area esisteva una necropoli romana, da cui provengono frammenti del ”sarcofago di Aurelio Andronico”, ricco commerciante di marmi nel IV secolo avanti Cristo.
Nella frazione di Battaglia ai piedi delle due montagne gemelle, fu riportato alla luce un ripostiglio contenente una quarantina di monete d’argento, molto probabilmente tesaurizzate, databili dal 323 al II secolo a.C..

In epoca romana i vicoli di Campli furono attraversati da uomini illustri; la storia ricorda la presenza di Lenate, dottissimo schiavo di Pompeo e Tazio Lucio Rufo che, pur essendo di umili natali, pervenne ai più alti gradi della milizia romana, diventando il pupillo di Augusto.

Nessuna mano scellerata è riuscita, nei secoli, a strappare l’infinito fascino che Campli sa regalare.

È possibile raggiungere Campli tramite l'autostrada Adriatica (A14) uscendo dal casello Val Vibrata o dall'Autostrada (A24), uscendo a San Nicolò a Tordino. Teramo è a 9 chilometri!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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domenica 16 novembre 2014

A Piano Vomano, dove regna la pace!


La tradizione musulmana esige che, almeno una volta nella vita, ogni fedele compia quel cammino che Maometto fece dalla Mecca a Medina, alla ricerca delle radici e del proprio Dio.

Anche il cristianesimo conosce più di una rotta sacra, dalla via Francigena, che dall’Europa porta alla tomba di San Pietro a Roma, alle vie orientali che portano al Santo Sepolcro di Gerusalemme, fino al Cammino di Santiago a Compostela nel “campo delle stelle”.

Forse mi sto chiedendo, dove porta questo mio peregrinare e perché.
Massimo è un tiranno.
Ha già deciso che non ci saranno soste prima del pasto frugale del mezzogiorno.
Mi dice, sorridendo, che questa prima tappa è come il prologo del Giro d’Italia: escursione breve giusto per sgranchire le gambe e prepararle al lungo trekking.
Ho lasciato moglie e figlia, ho fissato un appuntamento tra non meno di quindici giorni.

Il tempo scorre, invecchio a vista d’occhio e ogni anno ho paura di non poter reggere il ritmo di più giorni in marcia.

Nell’antica Grecia “chronos” era il tempo cronologico, appunto, quello che oggi è regolato dagli orologi.

Il “kairos” era, invece, il tempo nel suo contenuto di azioni umane, di vicende, di eventi che mutano il corso della storia di tutti i giorni.

San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, lo sente breve nella sua visione caduca della vita, di certo lo è, se è vero che mi ritrovo a oltre cinquant’anni a chiedermi dove sono stato in tutto quest’arco di tempo.
Mi sento come quando si ripiegano le vele di una nave che ha finito la sua corsa e magari è pronta per essere sostituita da una imbarcazione più moderna.
Non è pessimismo quello che sto scrivendo, è avvertenza per chi si fa sfuggire il suo tempo senza reagire alle emozioni che bussano alla porta dell’animo.
Ecco perché vorrei coinvolgervi in questo viaggio sensazionale attraverso la nostra meravigliosa terra.

Ora che la gioventù è definitivamente andata, la montagna a volte pare più lontana, quasi irraggiungibile.

A casa mi capita spesso di guardare i volti delle persone care e anche il mio e ritrovarmi ad avere nostalgia del vento che penetra nel tronco cavo di un albero scricchiolante in un lamento vagamente musicale.

Vorrei sempre che le mie parole creassero immagini, vorrei tornare a baciare, mangiare, leccare la prima neve che scende in quota, vorrei tornare a trangugiare avidamente pasta in frittata dopo aver conquistato una vetta, tornare a sentire l’odore dei corpi tesi allo spasimo per una salita durata ore.

Immaginate un luogo completamente immerso nella natura, lungo la cresta di uno sperone strapiombante sulle gole di un fiume.

Un piccolo agglomerato di case dove la minima presenza umana è data dal basso volume di una radio, dagli odori di un sugo con castrato in preparazione sul fuoco e dal ragliare di un asino dentro una stalla che ha resistito al tempo e agli uomini.
A Piano Vomano, la vita si vive in lentezza.
Il silenzio è quasi sacrale, l’abitato è rustico e compatto, l’anima del borgo è rimasta intatta nei secoli.
Ogni roccia, ogni prato, ogni edificio, parla alla propria gente di un duro passato.
Due donne in abito nero stazionano, immobili, su di una panchina.
Qui si svolge una bella festa estiva dedicata all’albero, elemento insostituibile nella natura di cui spesso ci dimentichiamo.

La loro forza è tale da radicarsi profondamente nella terra, resistendo ai venti e al tempo.
Noi diamo sempre per scontata la loro presenza.
In questi luoghi si trovava una delle più grandi querce d’Italia: la “mazzucche”, dalla circonferenza di ben otto metri e una vita secolare a sfidare le intemperie e la forza distruttrice dell’uomo.

Questi patriarchi non sono solo alberi, ma l’identità di un popolo, un’epopea verde.
Un fulmine più forte degli altri stavolta l'ha stroncata
Stiamo percorrendo un itinerario, un tempo molto frequentato.
Un autostrada della storia!
Una montagna russa del mito.
Lo spazio temporale che abbraccia questo tragitto è di migliaia di anni.
Pochi chilometri per attraversare un’era gigantesca e scoprire il fascino del tempo che non c’è più.
Qui in epoca preromana era come fare la classica “vasca” nel corso di Teramo.
Allora, doveva esserci una sorta di tetrapoli edificata in epoche remotissime, con tanti abitanti, dotata di più porte d’ingresso, brulicante di una massa eterogenea di commercianti, intellettuali, ma anche di una fauna umana di imbroglioni, prostitute, affaristi, miserabili e viziosi.

La grande metropoli sarebbe stata distrutta, secondo una leggenda che fa sorridere, da enormi formiche voraci.

Le storie incredibili che sono state tramandate nei vari insediamenti di questo acrocoro verde di pascoli e ricco di acque che formano il distretto di Crognaleto, sono tutte gustose.

A San Giorgio a oltre mille metri di altitudine, c’è la misteriosa “ara delle schiazze” su cui si credeva danzassero, leggiadre, le fate.
Non lontano da questo luogo da favola, su di un crinale, dal tempio dedicato al santo che sconfisse il dragone del Male, fino a pochi anni fa, rimbombavano i rintocchi della campana fusa sul sagrato, a ricordare il miracolo dei muli che s’inchinarono al passaggio del condottiero armato da Dio.
C’è, non lontano, una piccola chiesina con la volta a crociera.
Nel suo interno sembra scomparire la nervosa inquietudine della quotidianità.

Si percepisce la presenza di Dio che penetra nel corpo e nell’anima con una fisicità che investe tutti i sensi.
Pare che fino a non molti anni fa, tutto intorno si sentissero dei rumori misteriosi.
Gli scettici dei paesi vicini sostenevano fosse il vento.

Qualcuno giurava di aver sentito anche urla strazianti.

A gridare selvaggiamente, sarebbe, per la tradizione popolare, il diavolo murato vivo nei secoli scorsi dai contadini.
E ancora, a pochi passi da Figliola e di fronte al vecchio abitato di Ajello, troneggia ancora la temibile “Rocca Roseto”, tra antichi passaggi segreti, botole con lance acuminate e cunicoli che discendono a valle.

Fu proprio intorno al perimetro delle mura che un mio conosciuto amico, Gino di Teramo, rinvenne un’antica daga acuminata.
E fu ancora qui che altri trovarono degli stiletti utilizzati dai briganti che transitavano nell’immenso pianoro dove oggi si svolge la “mostra della pastorizia”.

Fra i reperti tornati alla luce nel corso degli anni, pare ci siano anche mattonelle votive con disegni di leoni ruggenti, fiere con artigli e fauci spalancate che simboleggiavano quanto terribile sia l’aldilà e il passaggio dalla vita alla morte.

Il luogo evoca anche terribili storie di streghe.

Da queste parti doveva esserci, per la ricca tradizione popolare, una sorta di succursale della campana Benevento, unanimemente riconosciuta come la capitale della stregoneria.

Il grande scrittore Guido Piovene, autore quasi sessanta anni fa, del famoso libro “Viaggio in Italia”, presentava queste terribili figure femminili, dotate “di piedi palmati come anitra, cavalcatura, cavaliere servente ed amante concesso ad ognuna da Satana, che giungevano in volo intorno ad un antico noce.

Col sangue tratto dalla mammella sinistra, ognuna facea voto di odio, adulterio, maleficio e omicidio, almeno una volta al mese”.
Un racconto di aurea gotica che prevedeva la presenza del diavolo in forma di caprone a promettere beni mondani a chi lo assecondasse nei suoi progetti malefici.

Siamo partiti dalla piccola piazza all'ingresso del borgo a poco più di ottocento metri di altitudine e, fiancheggiando una piccola edicola votiva, ci siamo portati su di un ampio tracciato, dove non s’incontra anima viva.

C’è, davanti a noi una piccola cappella, icona del buon viaggio.
È quanto di più poetico possa esistere.

La tradizione popolare ricorda che l’immagine santa serviva a proteggere i viandanti dalle forze del male che vagavano senza posa.
Sul futuro di tutte queste impronte mistiche non gravano solo le avversità meteorologiche ma, soprattutto, incuria e vandalismo.
 Ricordo che su un pilone sacro, nelle Dolomiti del Brenta sul lago di Molveno, lì dove c’era una impolverata Addolorata, chiamata la Madonna del Dito perché dal mantello azzurro drappeggiato sul petto spunta la punta del pollice, lessi una scritta inquietante: ”oh passeggero, ferma il passo, guarda il passo, oh che passo, l’ultimo passo”.

C’è ovunque, anche in posti sperduti, un patrimonio di religiosità popolare impossibile da catalogare con un numero incalcolabile di edicole, nicchie e crocicchi. David Maria Turoldo, poeta e frate dei Servi di Maria, scomparso nel ’92 descriveva così questa devozione di strada: “povere immagini opere di anonimi artisti che per me sono amabili al pari di Giotto e Cimabue…”.
(continua)

Tratto dal secondo libro di Sergio Scacchia: "Il mio Ararat". 
Foto di Alessandro de Ruvo.


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Per raggiungere Piano Vomano si percorre la S.S. 80 Teramo L'Aquila fino al bivio per Senarica – Piano Vomano; qui si gira a destra e dapprima si scende. 
Poi ci si inerpica e si attraversa il centro abitato di Senarica prima di arrivare nel suggestivo borgo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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sabato 11 ottobre 2014

“Habitare secum”: dove il silenzio vince comunque il rumore.

Casale San Nicola un tempo era un villaggio delizioso, piantato magicamente proprio sotto la scenografica e gigantesca parete del Corno Grande, il mitico Gran Sasso, montagna regale degli Appenini con il suo precipizio di oltre 1400 metri.

L’ambiente, la testa della vallata Siciliana, tra le più verdi d’Abruzzo, era semplicemente grandioso, indimenticabile per chi percorresse i tanti sentieri ameni tra boschi e rocce aguzze.

Gli occhi che, per chilometri prima, si erano addolciti su profili di campagne, colline arcaiche e greggi, si riempivano di creste monumentali.

Poi, un giorno poco bello, gli uccelli smisero di cantare e il fiume Mavone parve fermare il gorgoglio delle acque.
Un attimo di silenzio e, all’improvviso di colpo si materializzarono, come un incubo in fase rem, grossi camion pieni di bitume, decine e decine di uomini in tuta e casco, ingegneri in giacca e cravatta armati di regoli e attrezzature infernali per rilevare le pendenze del terreno.

Rumori assordanti coprirono le antiche melodie dei boschi, i trilli gioiosi dei volatili e i fischi dei rapaci a caccia.

Eppure la montagna dovrebbe essere lasciata nella sua pace eterna.
Il progresso non ammette deroghe.
Quando arriva l’uomo qualche volta fa del bene, molte altre fa del male.

Fatto è che, da allora, questo luogo delizioso a pochi chilometri da Isola del Gran Sasso e il frequentato santuario di San Gabriele, ha perso gran parte della pace che si godeva da secoli, pagando un grosso dazio al progresso.
Un mondo quasi scomparso tra crolli di pietre dal paretone soprastante, piloni giganteschi che si sono insinuati tra le case, soglie invase da sterpi e il dramma dell’esodo di molti verso luoghi più ospitali che trasuda da alcune abitazioni abbandonate.

A Casale San Nicola nessuno ha dimenticato!
Tutti ricordano ancora con emozione quando, in piena estate, anni fa, si staccò un costone di notevoli proporzioni dal Corno Grande a 2800 metri, alla base del quarto pilastro.

Come tutte le montagne anche il Gran Sasso è oggetto di un continuo processo di erosione.

Ma una spaccatura in movimento come quella non si era mai vista.
Una nube di detriti oscurò la valle, creando il panico tra gli automobilisti fin dentro l’autostrada, il cupo rumore che terrorizzò la gente del posto, qui lo ricordano tutti.

La frana segnò irrimediabilmente l’imponente massiccio del Gran Sasso creando una traccia indelebile che è visibile distintamente e stringe il cuore di chi ama il “gigante che dorme”
Ormai è sempre un’avventura percorrere qualsiasi sentiero che passi sotto il “paretone”.

Sopra la testa degli abitanti, auto di grosse cilindrate, tir e bus diretti da e per Roma attraverso Teramo e L’Aquila sfrecciano come razzi.
Il traffico scorre veloce e puzzolente per infilarsi o per uscir fuori dal grande tunnel di oltre dieci chilometri che collega velocemente le due province.

Gli idrocarburi rilasciati dai tubi di scappamento, che notoriamente volano bassi, scendono dai piloni sotto le abitazioni avvelenando lentamente i pochi abitanti che non hanno voluto rinunciare a vivere nel luogo dove sono nati.

Pensare che il borgo e i paesi vicini un tempo contavano un così gran numero di residenti al punto che qualcuno aveva anche proposto di spostare la sede comunale di Isola nella ridente Cerchiara, qualche chilometro a nord di Casale.

Si divisero i locali allora tra chi non voleva il trasferimento e chi, invece, lo auspicava fortemente.

Oggi una delle poche attività rimaste è un piccolo albergo alle porte della città che vive di turismo escursionistico per due, tre mesi l’anno.


Casale San Nicola, d’altronde, è sempre il punto ideale di partenza per le ascensioni dal versante orientale del Corno Grande e qui nel 1875, il presidente del Club Alpino Internazionale, tal Douglas William Freshfiend, in viaggio negli Appennini, disse: “Vorrei morir qui un giorno lontano”, magnificando il minuscolo borgo nella rivista dell’associazione.
Un immenso scenario di vita sospesa proprio come i piloni dell’autostrada.

Arrivare a Casale San Nicola:
Pochi minuti dall'uscita autostradale A24 Colledara-S.Gabriele, 
via Isola del Gran Sasso.


A volte, amici miei, tutto pare così vicino nello spazio e così lontano nel tempo.
A me è bastato, questo pomeriggio, fare un chilometro sopra il paese di Casale, per ritrovarmi comunque, in un autentico santuario della natura, ai piedi di una conca circondata da alte montagne che sembrano ciclopi di pietre.
Ho preso un permesso di due ore a lavoro.
Avevo un gran bisogno di pace.
Io dico sempre a chi non si regala mai una camminata in montagna, che così facendo perde il meglio della vita.
È qui, davanti alla grandiosità del creato e del suo Creatore, che ridimensioni tutto di te stesso, torni a prestare attenzione al quotidiano, riesci a cercare nell’immensità il piccolo, la semplicità della quotidianità che, nella vita di tutti i giorni, perdiamo inesorabilmente.

Più cresce la pendenza, più aumenta la lentezza che aiuta a pensare, a rilassarsi, a vivere alla ricerca, come ben racconta lo scrittore Erri De Luca, del segreto della bellezza movente di tutte le forti pulsioni dell’animo umano.
Credetemi, la possibilità di puntare all’infinito verso spazi senza ostacoli, non ha prezzo, come suggerisce la pubblicità di una nota carta di credito!

Il panorama è da urlo.
La valle col fiume Mavone è scomparsa dietro un paio di curve, le case dimenticate, nessuna anima viva se non due ardimentosi in sella a un poco stabile parapendio a sfidare tutte le leggi di gravità, in alto nel cielo blu sopra i burroni.

“Habitare secum”, soleva dire San Benedetto da Norcia, abitare con se stessi, con la propria solitudine, questo cerca l’uomo, questo cerco io.

Nel bosco che lambisce le pendici delle vette orientali del massiccio Gran Sasso, l’aria pare pulita, corroborante.



Le pietre della mulattiera incutono una sorta di rispetto reverenziale al solo pensiero di quante persone l’abbiano calpestate, nel corso dei secoli quando questa era l’unica via di collegamento con la pianura.
Gli occhi visitano, avidi, gli anfratti intorno alle vette.
Si distingue tutto in una giornata limpida come oggi.

Riesco anche a individuare il terrazzo di tappeto erboso dove secoli fa si ergeva il monastero che raccoglieva le preghiere di circa una trentina di frati.
Pare fosse un’ importante dipendenza della nota abbazia di Farfa, pochi chilometri da Rieti sulla via Sabina.
La presenza di questo luogo sacro, oltre dieci secoli fa, oggi è messa in discussione da alcuni studiosi.

Diversi anni fa, comunque, proprio nel cuore del terrazzamento sotto il Corno Grande, fu scoperto una specie di grosso buco dentro il quale giacevano molte ossa e teschi umani.
Si disse che si trattava di un “carnaio” , una botola sotto il pavimento della chiesa dove si usava seppellire i religiosi che nascevano al cielo.

Il complesso architettonico non doveva essere imponente ma sicuramente regalava fascino, data la felice posizione circondata da vette maestose e una natura sontuosa.

I frati, direbbe Mauro, il mio caro amico bolognese ateo professo, ne sanno una più del diavolo e i posti dove vivere se li scelgono accuratamente.
Per altri studiosi questo monastero sarebbe nato a causa della riforma eremitica di San Pier Damiani intorno al 1190, forse come pertinenza del monastero camaldolese di San Croce di Fonte Avellana.

Il luogo sacro sarebbe stato abbandonato nel 1300 dai monaci che si sarebbero stanziati nella
sottostante Fano a Corno, monastero di San Salvatore, a causa di dispute poco edificanti sui possessi.

Nella piana verde che sto attraversando, c’è anche un cavallo un pochino malmesso, che beatamente mangia erba.
In fondo alla radura c’è una vecchia stalla abbandonata con il fienile e quel che resta di una greppia per far mangiare dei maiali che sicuramente anni fa si sono trasformati in succulenti prosciutti, salsicce e salami caserecci.

Poco distante ci sono anche dei resti che intuisco sono di un pollaio con un’asse esterna che portava a una minuscola apertura dove a sera rientravano le galline.
Oggi questa costruzione è utilizzata come ripostiglio.
S’intravede l’interno con accanto alla porta cadente, un saccone di iuta.
Lo saggio con le mani, il mio limite è la curiosità!
È pieno di scricchiolanti foglie, credo siano di granturco e la stoffa del sacco è chiazzata di macchie d’umidità.
Più in là s’intravedono pecore gironzolanti in libertà. La mia Nikon immortala una delle sagome animali che per il gioco di prospettiva pare attaccata a un arco di roccia scura con macchie bianche di
neve.

Estasiato dalla corona di cime sopra la mia testa, mi trovo davanti la donna all’improvviso.
Porta con sé una grossa zappa e, per un attimo, un brivido scende lungo la schiena: “E se fosse folle al punto di darmela in testa? Sarà la proprietaria del posto?”.
Mi avvicino con cautela e lei, in dialetto stretto, già sta chiedendomi cosa stia cercando in quel posto isolato.

Ma domando e dico, ho una macchina fotografica, indosso tuta e scarponcini da trekking, cosa vorrebbe rispondessi?
Poi, subito dopo, capisco che era tutta una scusa per attaccar bottone.
La donna, un po’ avanti in età, ha bisogno di qualcuno a cui raccontare una mezza vita.

Scopro, nel successivo quarto d’ora che è vedova più o meno inconsolabile, che il marito l’ha lasciata da sola sul più bello, proprio mentre insieme vivevano di passeggiate montanare e di tranquillità da pensionati.
Sono come pugile tramortito da un poderoso uppercut!

Per chi come me vive nel continuo stress di gente che si accosta allo sportello di un ufficio finanziario per lamentarsi delle tasse esose, delle cartelle pazze, dello stato che non tutela i buoni contribuenti, l’uscita in montagna ha come scopo principale, oltre a godere della bellezza di una natura generosa, quella di vivere il momento magico del silenzio.

Tra mozziconi di frasi gettate qua e là, la donna inizia a raccontare una storia che diventa pian piano interessante.
Indica con il braccio e il dito teso un punto tra le cime lontane e ricorda che il suo povero marito, nelle lunghe camminate in cui la coinvolgeva a forza, l’aveva portata davanti a una grotta gigantesca raccontandole che lì, moltissimi anni prima, era vissuta una donna con i suoi tre figli in condizioni che definire disumane era poco.
Il suo uomo l’aveva abbandonata per fuggire con un’altra donna portandole via, con l’inganno, la proprietà della casa venduta a sua insaputa e quei poveri risparmi di una mezza vita.
Quando l’allora curato del paese si era deciso ad aiutare la misera, destinandole un paio di stanze della casetta annessa alla chiesa, lei rifiutò categoricamente di abbandonare la grotta.
Da lì ogni giorno scendeva in paese per chiedere elemosine di cibo e vestiario per se e i suoi figli.
Una storia che ha dell’incredibile! Sarà vera?

Non ho purtroppo il tempo di arrivare al rifugio Casale San Nicola.
È un percorso completo, bellissimo, dove l’imponenza del paretone del Corno Grande si fonde con le acque di un torrente, le mura di una bella chiesetta isolata dedicata proprio a San Nicola, l’ombra di un bosco secolare e prati estremamente panoramici.

Naturalmente si godono scorci indimenticabili sulla valle Siciliana e la catena orientale del Gran Sasso.
Avrei tanta voglia di rivedere questo rifugio che fu costruito tra gli anni 30 e 40 in una posizione incantevole ma ci arriverei che le ombre della notte già sono scese e non ho con me l’attrezzatura per dormire.

Nella casupola non ci sono bar e ristorante, naturalmente, non vi aspettate un rifugio stile Dolomiti.
Però è un luogo magico dove poter consumare i meritati panini, all’ombra della parete più elegante ed imponente dell’Appennino.
Certo, per intraprendere questa camminata di sette chilometri, è necessario un minimo di esperienza escursionistica, il percorso è sì abbastanza evidente ma i bivi che si incontrano sono numerosi.
La segnaletica scadente e confusionaria, non aiuta certo il profano a districarsi meglio nella fitta rete di sentieri.
C’è anche la possibilità per piedi forti di continuare e raggiungere la sella di Cima Alta, quella che i pigri raggiungono in macchina attraverso la strada carrabile che sale dal piazzale dei Prati di Tivo.


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sabato 4 ottobre 2014

Riscopriamo la fantastica cripta, gioiello camplese di sacralità cristiana.

Tra gli antichi gioielli di sacralità cristiana presenti nella provincia di Teramo, merita attenzione la cripta della bella cattedrale di Santa Maria in Platea, nel borgo d’arte di Campli, pochi chilometri dal capoluogo teramano.

Il paese ha molte bellezze da offrire al visitatore, fra cui la singolare Scala Santa e i suoi ventotto gradini in legno da salire in ginocchio e il cinquecentesco Palazzo farnese ma credo che questa cripta e la cattedrale, da sole, meritino il viaggio.

Con la parte sotterranea della chiesa, parliamo di un ambiente bellissimo di una grande armonia architettonica e di una spiritualità fuori del comune.

La cripta sotterranea altro non era che l’antica chiesa che nel Duecento fu affiancata e poi sovrastata da un altro tempio a unica navata che fu restaurato e ampliato tra il Quattrocento e la metà del Cinquecento.


Fu ancora più avanti negli anni che venne anche realizzato il presbiterio e l’abside attuale della cattedrale, oggi ubicata proprio sopra la cripta.

Dal momento in cui la chiesa si ampliò i camplesi, molto devoti all’Immacolata Concezione, dedicarono questo spazio sotterraneo al culto di Maria.

Nella piccola cappella attigua c’è proprio un dipinto che raffigura il popolo camplese, in adorazione, in ginocchio davanti alla Vergine portata in processione.
La scena accade anche oggi, ogni 8 dicembre festa dell’Immacolata, quando la statua è portata in ogni parte del paese, alle prime luci dell’alba.

I lavori di restauro che furono compiuti nei primi anni del duemila con estrema sapienza, hanno ridonato la bellezza antica agli archi e hanno ricreato l’ambiente originale che consta di cinque minuscole navate suddivise in quindici piccole campate.

Il recupero ha fatto riaffiorare dal passato, anche se in parte, i fantastici affreschi di scuola giottesca, realizzati nei primi anni del Trecento.

L’amico, esperto d’arte e di storia, Nicolino Farina di Campli, m’informò che i dipinti sarebbero attribuibili quasi certamente, a Nicola di Valle Castellana, straordinario artista dei monti della Laga, che pare fosse allievo del grande senese Lorenzetti.

Queste pitture sono interessanti, una in particolare raffigura il Cristo che risorge con la particolarità, rarissima, di avere ancora entrambi i piedi nella bara a significare il concreto passaggio per l’uomo, tra la morte del peccato e la vita della Redenzione.


Come arrivare a Campli

Da Nord e da Sud
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull'autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, svoltare poi sulla SP 262 per Campli.
Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare in direzione dell'autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull'autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, prendere poi la SP 262 per Campli.
Da Chieti
Percorrere la SS 81, imboccare l'autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull'autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, prendere poi la SP 262 per Campli.


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sabato 20 settembre 2014

Il borgo dei motti ai piedi del Grande Sasso!

I resti del castello dei Conti di Pagliara, affacciati sulle scoscese forre che precipitano verso il borgo medievale di Isola del Gran Sasso, rivaleggiano in severità con la tozza corona di vette.

Gli occhi, meravigliati, salgono di quota verso splendide faggete.


Dopo una ventina di minuti di piacevole camminata, le pietre segnate dal tempo aprono agli occhi un luogo straordinario, arroccato su di uno sperone di roccia con vista mozzafiato sulla catena del gigante appenninico.
Si distinguono due torrioni piramidali, alcuni pezzi di mura della chiesina dedicata a Santa Maria.
Una singolare leggenda racconta di lunghi cunicoli sotterranei che collegherebbero il colle all’abitato di Isola, attraversando in profondità i dirupi circostanti.

Qui ovunque si può intraprendere corroboranti passeggiate.
Nella vicina Casale San Nicola, ad esempio, una bella mulattiera porta in circa 40 minuti al “pianoro dei frati” con una vista superba sul paretone del Corno Grande.
Qui, nel 1100, esisteva un insediamento monastico di oltre cinquanta religiosi.

Rimane solo una chiesina ristrutturata grazie all’intervento dell’Archeoclub.
Si aprono ovunque scenari di bellezza unica.
All’estremo, la grande parete levigata del monte Camicia si avvinghia alla biforcuta vetta della Forcella verso il Siella.
Il monte Prena dalla larga mole rigonfia si sussegue a semi cerchio col Brancastello e fino ai Due Corni, il Grande e il Piccolo e Cima Alta.

Il Montagnone si unisce in un abbraccio infinito al paese, con il largo pendio di Forca di Valle.

Può comunque apparire singolare che una località a soli 419 metri sul livello del mare ricordi il nome della vetta più alta degli Appennini ma questo accade perché il Gran Sasso incombe ovunque sull’antico borgo.
L’abitato è bello e raccolto con le sue viuzze, le piazzette monumentali con attorno alle mura, i due corsi d’acqua del Ruzzo e del Mavone a creare un ambiente idilliaco.
Una sorta di isola, appunto, come la tradizione vuole fosse definita nell’800, dallo scrittore Edward Lear che conobbe il luogo in uno dei viaggi immortalati nei suoi libri.

Le campagne a fondo valle donano colori vividi tra prati falciati e terrazzamenti sorretti da caratteristici muretti a secco, testimonianza di millenaria sapienza contadina.

C’è però una singolarità che caratterizza fortemente questo paesino del XII secolo: le straordinarie quanto singolari iscrizioni che adornano i piccoli portoni e le finestre antiche, piccoli motti secolari realizzati in latino, molti dei quali purtroppo sono andati irrimediabilmente perduti.

Sono antiche e sagge sentenze di tipo popolare che presuppone la conoscenza di questa lingua ormai scomparsa: “Amico fideli nulla esta comparatio”, nulla è più importante di un amico fedele;
“Amicum esse licet sed usque ad aras, oppure “Virtutis laus in actionibus consistit”.

Forse gli abitanti se dovessero scegliere uno di questi detti opterebbero per il “melius mori quam foedari”, meglio morire che essere disonorati.
Questo suggerisce la storia secolare del luogo.

Molte di queste scritte furono portate dal monastero di Fano A Corno, quando un terremoto, nei primi anni del settecento, rimaneggiò profondamente la struttura, abbandonata subito dopo dai camaldolesi.

Isola, antico paese della Valle Siciliana ha sempre vissuto sotto dominazioni prepotenti e terribili, dalla crudele famiglia dei Pagliara agli Orsini con il primogenito Napoleone, fino a Camillo Pardo che abdicò in favore degli Alarcon Mendoza ai tempi della dominazione spagnola nella valle.
Era il 1526 quando l’imperatore Carlo V, durante la ristrutturazione del Regno di Napoli, assegnò la valle allo spagnolo De Alarcon, una sorta di premio per aver combattuto valorosamente nelle battaglie di Parma e Piacenza.

Allora il paese di Isola era ben diverso.
Si accedeva al suo ingresso attraverso delle porte che delimitavano il castello, le più importanti delle quali erano il “Torrione” e la “Cannavina”.

Questa comunque è terra di santi, amici miei: Gabriele dell’Addolorata con il santuario tra i più visitati d’Italia, è a pochi metri; la dolce Colomba, sorella di San Berardo ha vissuto nelle foreste che circondano l’abitato; Frà Nicola visse qui un eremitaggio di anni, amato da tutti i paesani in una grotta oggi chiamata Frattagrande; infine diversi religiosi hanno vissuto per anni in modo ascetico in grotte di fortuna sotto la montagna.

Fate un esercizio utile per il fisico e per la mente: girate senza meta nel paese godendo dei panorami e dell’antichità che trasuda dalle stradine interrotte qua e là da piazzette silenti.
Un vero labirinto di vicoli intersecanti tra loro, coronati da qualche vetusto palazzotto gentilizio, chiesine in pietra a conservare segni di un suggestivo passato.
Scoprirete anche qualche finestra finemente disegnata con cornici, bifore, stemmi, opere d’arte dal
continuo sovrapporsi di stili che richiamano tanti piccoli abitati intorno.

Obbligo è visitare la chiesa madre dedicata a San Massimo, con il bel portale di Matteo da Napoli, del 1420.

All’interno, la navata di sinistra, offre il bel colpo d’occhio della cappella di San Iacopo, col piccolo battistero rinascimentale in pietra bianca, ornato di fregi animaleschi e testoline di putti adoranti.
Nella sacrestia un inaspettato gioiello, un ostensorio quattrocentesco impreziosito da un pannello in maiolica di Castelli raffigurante la Madonna con Bimbo fra San Berardo e Santa Colomba, che dicono sia stato rinvenuto nell’eremo della donna, sorella del patrono di Teramo, che si visita camminando nei boschi circostanti.

Prima di andar via, mi reco davanti alla graziosa Cona di San Sebastiano, fuori le mura.

La trovo di nuovo chiusa e le chiavi non reperibili.
Anche questa volta non sono riuscito a fotografare gli affreschi del grande Andrea De Litio, uomo del Rinascimento!


Arrivare a Isola:

Itinerario più veloce e meno interessante:
A24 Teramo Roma, uscita San Gabriele Isola. Poi due chilometri per il paese.
Itinerario piacevole e ricco di luoghi ameni e interessanti:
S.S.150 Roseto- Montorio al Vomano. Oltrepassata Val Vomano e Zampitti Salara, verso Montorio, svoltare al bivio a sinistra e seguire indicazioni Isola, Santuario San Gabriele.
Dal mare di Roseto sono 48 chilometri, da Giulianova 53, dalle Marche di Porto d’Ascoli circa 70 chilometri.

Per mangiare ci sono molti locali dignitosi a buon prezzo e ottima qualità sia in paese, che nei piccoli borghi intorno come a San Pietro, circa 800 metri sul livello del mare.


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sabato 9 agosto 2014

Santa Maria Apparens di Alvi

Alvi , piccola frazione nel comprensorio di Crognaleto, è quanto di più romantico si possa esprimere nei selvaggi monti della Laga.
“Qui il silenzio è utile per coloro i quali vogliono avviarsi alla perfezione”. Lo scriveva Frate Giovanni Pinazza, abitante eremita che vi soggiornò per un anno di vita ascetica.

Il borgo risale al 1300 quando fu costruita la piccola ma bella chiesa di Santa Maria Apparens, con i suoi importanti affreschi, ma la frequentazione di questo luogo esisteva sin dagli antichi Romani.
Pare che sulle pendici meridionali del Monte di Mezzo, in località “il Coppo”, furono localizzati anni fa, i resti di antichi stazzi di quell’epoca. Non c’è da stupirsi.

Questo bel paesino è praticamente da sempre, significativamente collocato lungo un itinerario pastorale che da Crognaleto conduceva a Campotosto.
Il piccolo campanile della chiesa, che fu ideata e costruita definitivamente grazie ai frati dell’Ordine di San Bernardino, si disegna fra un breve pendio e il cielo fuori dal paese.

La leggenda, che vive intorno al luogo santo, è da raccontare.
Si narra che un soldato francese, proveniente da famiglia facoltosa, ferito e abbandonato tra i monti, ormai in fin di vita, invocò l’aiuto della Vergine.
Maria apparve tra le nuvole bianche e salvò il moribondo.
Il giovane fece erigere qui, così lontano da casa e in terra straniera, un tempio alla Madonna che appare.
I vecchi raccontano che all’inizio dell’800, il piccolo luogo sacro fosse frequentato dai tanti briganti che trovavano in queste montagne il loro rifugio.
I malviventi pregavano la Madonna a mani giunte in un’implorazione che raccoglieva le loro umane debolezze, le contraddizioni e le atrocità da riscattare.

Nel 1703 un terremoto devastò questi luoghi e, nei primi anni del ‘900, una grande frana della debole pietra arenaria che circonda il paese, distrusse gran parte del piccolo abitato che fu ricostruito, niente di meno che da un giovane Benito Mussolini.
È una storia raccontatami da un vecchio pallido e zoppicante, incontrato in uno dei miei raid precedenti in paese.

Dal centro di Alvi, c’è un bel percorso sterrato del Sentiero Italia che, utilizzando antichi itinerari provenienti da Campotosto, attraverso la zona del Passo Cattivo, porta a conoscere una montagna poco ambita ma dalla vista bellissima: il Monte di Mezzo, spartiacque tra Laga e Gran Sasso ,dove la vista spazia fino ai Monti Reatini.
Dalla sua vetta si può scendere a Frattoli o tornare ad Alvi.
È un percorso che consiglio vivamente.

Sono fantastici questi borghi dove intrichi selvaggi di rovi rimpiazzano parte dell’abitato e dove alcuni alberi sembrano soffocare a causa di lunghi rami di rampicanti fuori controllo.
Sono paesi fatti di gente solida come le rocce sporgenti che ne determinano il paesaggio.

Mi fanno ripensare a un autore che adoro.
Non so se avete mai letto qualcosa di Mario Rigoni Stern.
La sua “montagna silenziosa e triste” è fatta di contrade piene di case vuote, privi di simpatici merletti, bimbi festosi.
I suoi prati sono inselvatichiti e abbandonati. Paesi che in capo a dieci, venti anni sono passati da cento abitanti a dieci o forse meno.
Quest’abbandono si legge in Dolomiti come in Appennino.
Un tempo mi disse un vecchio abitante di Valle Vaccaro, qui c’era anche bestiame a valle: diverse mucche da latte, qualche arzillo torello per coprire le vacche vogliose con straordinari erotici, poi diverse decine di capre, pecore, maiali, di tutto.

Oggi rimangono poveri cani abbandonati che ululano al vento.
I boschi non sono più governati dalla mano dell’uomo.
E’ una comunità morente.
Il più giovane avrà settant’anni.

Se, tutti voi, passeggiando tra i vicoli di questi sparuti villaggi, avreste la sensazione di incrociare lo sguardo di un pellegrino medievale stremato da un lungo viaggio ma con lo sguardo carico di gioia per aver raggiunto la meta, non sareste vittime di allucinazioni.
È come se nelle pietre e negli alberi che affondano le radici simili ad artigli, si fossero sedimentate le voci, le preghiere e i passi di coloro i quali hanno voluto raggiungere questa virgola di mondo unica e affascinante, immersa in una natura selvaggia e maestosa.
Una forza inarrestabile quella della fede, simile alle acque.
Nella pietra, dalla pietra e sulla pietra è fissata la storia di paesi dall’aspetto quasi lunare, inerpicati sui monti.


La chiesa di Santa Maria Apparens dagli scritti di Giovanni Corrieri

Nel territorio teramano, a macchia di leopardo, esistono incredibili gioielli che occorre scoprire, spesso in zone fuori dal mondo "normale" e dalle direttrici canoniche della viabilità corrente, lungo percorsi virtuali impressi nella "memoria" più che sulle mappe territoriali, o quelli millenari dei tratturi, della fede, dei miti.

In questi percorsi sono collocati, come avulsi dalla storia altrove normale, edifici votivi inaspettati e apparentemente al di fuori da logiche.

Ecco allora varie chiesette, ciascuna con una storia tutta propria, sparse un po' dovunque: San Donato a Castelli, San Bartolomeo a Villa Popolo, la Madonna delle Grazie di Alanno, la "Trinità" di Morge, S. Maria della Croce di Pietranico: Santa Maria Apparens ad Alvi è tra queste.

Prima di andare oltre occorre correggere un errore corrente, perché nella tradizione popolare si crede che la chiesetta sia sorta in seguito ad una "apparizione" della Vergine, ma il termine "Apparens" si riferisce ad un'etimo latino poco adusato, che significa "ubbidiente": infatti, in latino, "appareo", oltre che "apparire" significa anche "assentire, ubbidire".

Il termine si riferisce all'accettazione della Vergine del messaggio divino pronunciatogli dall'Arcangelo Gabriele.
La preghiera dell'angelus, infatti, termina con le parole pronunciate dalla Vergine: "fiat mihi secundum verbum tuum" (avvenga di me quello che mi hai detto), cioè che il Verbo si sarebbe incarnato nel suo grembo.
Quindi "Apparens", e tutti gli altri derivati toponimi di chiese (Santa Maria di Appari, ad es.) non vuol dire altro che "ubbidiente" e, per traslato, "Annunziata".

La chiesetta di piccole dimensioni sorge a poca distanza dalla statale 80 sulla sponda sinistra del Vomano, a qualche km da Tottea e da Cervaro, sulla direttrice di un sentiero montano immediatamente a valle del Lago di Campotosto.
E' una chiesetta votiva di origine medioevale,, ricostruita o rimaneggiata nella sua forma attuale nel 1516, mèta di una suggestiva Via Crucis (non so se ancora si effettua) che partiva in un breve percorso in salita dall'abitato di Alvi (ricostruita poco a valle verso gli anni '30 del '900 in seguito ad una frana che aveva distrutto il paese) fino al luogo della chiesetta.

L'importanza della chiesetta poggia sulla sua straordinaria decorazione pittorica dell'interno, con una serie di scene votive di ottima fattura, opera di più artisti, il più evoluto dei quali si allinea ad una eco della pittura marchigiana (ricordiamo che nel 1526 un altro marchigiano, Jacopo Bonfini da Patrignone, lavorava a S.Maria della Misericordia di Tortoreto), ma sono presenti altre "mani" in sintonia con la cultura umbra tra Pinturicchio e Perugino (come nell'Annunciazione di Cerqueto).

La magnifica scena della "Annunciazione", con l'Angelo a sinistra e la Vergine a destra dell'altare, pur se molto rovinata mostra una qualità pitttorica assolutamente insolita nel resto d'Abruzzo.

Tra le altre scene dipinte, una "Crocefissione", un "San S. Rocco", un "S. Sebastiano", una "S. Maria Maddalena" ed altre figure di Sante Martiri.
Una vera e propria pinacoteca, tragico residuo di una stagione pittorica in gran parte perduta per le ingiurie del tempo, ma soprattutto per l'incuria degli uomini.
Malgrado detti affreschi abbiano subito un recente restauro (circa 30 anni fa) ora è la struttura della chiesetta che ha bisogno di un vigoroso salvataggio, in quanto infiltrazioni di acqua e precarietà del tetto rischiano di danneggiare questo patrimonio pittorico che è uno dei pochi rimasti nel teramano dell'inizio del XVI secolo.

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Per arrivare a Alvi da Teramo, ci sono circa circa Km.37: si percorre la S.S.80 in direzione di Montorio al Vomano, proseguendo poi verso il Passo delle Capannelle.
Giunti ad Aprati si gira a destra e poi, dopo il ponte, subito a sinistra, seguendo le facili indicazioni stradali.

Grazie all'amico Alessandro de Ruvo per le splendide foto a corredo dell'articolo tratto dal libro "Il mio Ararat".


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sabato 19 luglio 2014

La torre di Montegualtieri

Insieme all'antica torre di Sutrium, presso Bussi, la torre di Montegualtieri di Cermignano, in provincia di Teramo rappresenta un raro esemplare di torre a pianta triangolare in Abruzzo.
Dalle foto gentilmente concesse dagli amici di AEROMAPPE si apprezza la singolare forma, poco diffusa.

Percorrendo in discesa la Via del Torrione del ridente paesino di Montegualtieri, si può scorgere questo manufatto a forma di triangolo che si protende verso l’alto e che raggiunge un’altezza di circa 18 metri, fondendosi perfettamente con l’ambiente che la circonda.

La torre si erge in 18 metri di altezza da un robusto basamento a scarpa costruito di roccia sedimentaria di detriti sabbiosi, cementati tra loro dall’argilla, ed è rafforzato da rinforzi in mattoni; la cima è conclusa dal tipico impianto a sporgere su mensole a forma di becchi coronato da una serie di merli posti a intervalli regolari con grande cura per quanto riguarda il profilo costruttivo.

La torre fu sicuramente eretta come struttura di avvistamento e controllo sulla Valle del Vomano in epoca medioevale (fine XIII, inizi XIV sec.) e prende il nome, come il borgo intorno, da un duca Gualtieri che ne fu il possessore.


Posta su un costone roccioso, potenziata da contrafforti in mattoni, a dominio di un vasto territorio, costituiva un punto di riferimento valido nel sistema di avvistamento dell'intera vallata.

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(Suggestive foto con riprese aeree droni di AEROMAPPE telefono 3463217492.
Con droni radiocomandati è possibile effettuare scene mozzafiato come un film
e ogni tipo di riprese dall'alto per turismo, pubblicità, cultura ecc.ecc.
Un servizio ideale per spot pubblicitari, presentazioni aziendali, video matrimonio, rilievi)

Informazioni: 
 Municipio tel. 0861-66494
Come arrivare:
 A14 uscita Roseto; SS. 150 direzione Villa Vomano da Napoli: A1, uscita Caianello; seguire le indicazioni per Roccaraso/Sulmona, A25, A14


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