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lunedì 25 marzo 2013

Nel cuore del mito: Le storie fantastiche del Manfrino!

I raggi del sole che penetrano nelle ombre scure dei tronchi di alberi secolari, riportano alla mente le fiabe dei nonni.

Siamo sopra la gola del Salinello, tra la montagna di Campli e quella dei Fiori.
L’arrotondata cima di monte Girella sembra di una monumentale perfezione, con un piccolo raggio di luce vivida di sole che esalta all’altro lato il monte Foltrone sullo sfondo.

Il sole sembra aver abbandonato questi monti e la sottile nebbia che li avvolge dona un senso di misterioso all’insieme.
Le grotte sotto il mitico Castel Manfrino, punteggiano le strette pareti e raccontano storie incredibili di anacoreti che per lunghi anni hanno vissuto in privazione e preghiera travalicando la sopportazione umana e dando un senso compiuto alla Torah e alla sua essenza inafferrabile.

Le mute pietre della rocca riflettono gli ultimi strali di fuoco rievocando racconti di streghe e diavoli, negromanti e spiriti perversi, animali fantastici e cavalieri erranti, folletti e licantropi.

Tante le leggende fiorite su questi nobili ruderi come quella che racconta dell’erezione dei muri di cinta di quest’antico castello, oggi diroccato e a picco sulle gole, da parte di esseri umani di proporzioni gigantesche, i mitici Paladini di Francia.

Il re Manfredi volle il luogo inespugnabile, preoccupato da una possibile invasione, dalle attuali Marche, dei temibili Angioini.
Era, questo passo tra i monti, di notevole importanza strategica per chi, proveniente da Roma e Antrodoco, attraverso l’antica stazione romana Castrum Metella intendesse giungere al mare adriatico.
Il sottosuolo della collina, dove sorgono i resti del forte, ha restituito spesso monete, statuette, monconi di capitelli e pezzi di lapide.

Qui sono passati tribù italiche, Romani, Longobardi e via, via tutti i popoli che sono entrati in Abruzzo, permettendo il commercio del sale e di altri beni preziosi e consentendo l’arrivo di tanti abati trasformatisi poi in eremiti.
Tutto ciò stride con il senso di solitudine in cui versa oggi la zona.

Tanti hanno alimentato leggende stupefacenti raccontando di essersi imbattuti in demoni orrendi dalla forza inaudita o nauseanti “mazzmarill” roteanti assurdamente fianchi e manine.

In un vecchio libro sulle leggende abruzzesi, si riporta l’antica credenza che, nelle notti di luna piena, spesso tra le pietre del castello diroccato, si svolgano furiose battaglie tra cavalieri fantasma; spettri di guardia mozzerebbero le mani agli umani che cercherebbero di assistervi.

Le grotte sotto i resti del castello sembra abbiano, nel corso dei secoli, ospitato anche esorcisti e guaritori.
Si trattava di asceti che riuscivano a guarire, secondo le credenze popolari, dalle presenze demoniache, con strani rituali purificatori.
Questa tesi sarebbe avvalorata dalla scoperta di piccole nicchie con tracce di antichi affreschi, dove erano consumati tali riti.

In questa valle San Francesco, che la tradizione vuole sia passato nel 1215, dimorando alcuni giorni in un anfratto della parete nord del Foltrone, mentre tornava al suo giaciglio dopo aver predicato nel villaggio vicino, fu aggredito da una moltitudine di pidocchi inviati dal malvagio che vigilava dall’altra parte della gola.

Il poverello d’Assisi puntò il suo vincastro facendo partire una folgore che, colpendo in fronte Satana, lo fece precipitare lungo l’alveo del fiume, uccidendolo sul colpo.
A riprova di ciò ci sarebbe una pietra, dove il santo si poggiò in cui sono evidenti le impronte delle mani e dei piedi e un grande foro nel punto in cui il maligno precipitò.

Nel fondo della gola, dove il fiume si presenta più tumultuoso, narrano ci sia un enorme macigno che bloccherebbe una cavità naturale, al cui interno si nasconderebbe un tesoro in monete d’oro, rame e argento.

Il bottino, la cui proprietà risalirebbe al Re Manfredi, sovrano del castello di Macchia, sarebbe custodito da una splendida fata vestita di bianco che, quasi una sorta di Penelope, tesse e disfa la lana in continuazione.

Edordo Micati, nel suo libro sugli eremi della montagna teramana, parla di un monaco che se ne sta nel fondo della grotta dritto e in silenzio in attesa del comando della bianca signora.


Diversi cava tesori, nel corso dei secoli, hanno provato a impossessarsi dell’ambito mucchio di monete, perdendo sciaguratamente la vita.

Si è diffusa così la credenza che esseri mostruosi si annidino nella valle, impedendo con tutti i mezzi, il trafugamento della ricchezza, servendosi di uragani e tempeste, fiamme e bagliori.

Il sovrano, grazie a un ignobile patto con il diavolo, fece uccidere il suo fidato consigliere di corte, sotterrando il corpo, privo di vita, insieme al tesoro per far sì che l’anima vagasse, inquieta, tenendo lontano i curiosi con gemiti, urla e imprecazioni.

La leggenda racconta che chi si avventurava nell’orrido, dovesse inizialmente portare via solo le monete in rame, per poi ripresentarsi tre anni dopo per quelle in argento e successivi tre anni per depredare in tranquillità, le ambite monete d’oro.

La cupidigia degli avventurieri per il metallo più nobile faceva sì che la porta d’ingresso si richiudesse dietro di loro facendoli perire dentro l’anfratto. 

Scendendo nel canyon dove la luce riflessa gioca sui toni del bianco e del grigio, soffocando i colori brillanti della valle, avvertirete quel sottile senso di disagio che comunemente si chiama paura!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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sabato 17 marzo 2012

Il comprensorio dei Monti Gemelli ... i due regni della bellezza

Una terra dalla bellezza infinita dove incontrare il popolo della montagna, la storia del mondo, la potenza della natura. Territori inaspettati a pochi passi da Teramo.

Ai piani di S. Angelo in Volturino l’aria è tersa.
Cielo d’alta quota.

Posizione impervia per quello che un tempo era un arco cenobio, il più importante dei tanti luoghi di culto rupestre della Montagna dei Fiori.

I boschi hanno tonalità grigio scuro.


D’inverno i colori perdono incredibilmente vigore.
Faggi e abeti si contendono una frontiera di ecosistemi.
A primavera qui volano i falchi.
Ora la natura riposa.

Il monte Girella, una delle due vette gemelle, sembra una piramide che si alza, regina del tempo che qui sembra essersi fermato.

Torno nel rustico paese di Macchia da Sole per balze tra ciuffi d’erba, pietre, sprazzi di verde misto al bianco delle nevi e, in alto, cumulonembi gonfi di acqua.

L’antico borgo dei Priori, popolato di monaci, oblati e pastori, oggi soffre di spopolamento a causa delle scarse risorse della montagna teramana.

Pensare che un tempo qui esistevano due mulini di cui uno, in località Cannavine, che lavorava a pieno regime.

Dall’altra parte della valle la vista spazia sulla sfortunata Macchia da Borea, la parte povera del paese, dove il sole non abita mai e il freddo “fa cadere i denti senza la tenaglia”, come dice il vecchio Oscar, una vita trascorsa, in ogni stagione dell’anno, tra pecore, capre e formaggi.

Dai resti della possente rocca del Re Manfredi, a picco sulle selvagge gole del Salinello, il mare in fondo all’orizzonte, appare come un miraggio lontano.

Da questa sorta di scatolone tozzo, cubo di pietre transennate dei cui restauri si favoleggia da anni, l’Adriatico lo si può immaginare spumeggiante in inverno tra le spiagge di Alba Adriatica e Tortoreto.

Monte e mare divisi da chilometri di scenografici tornanti.


Il comprensorio dei Gemelli potrebbe vivere turisticamente di rendita tra natura, storia e gastronomia.
E anche misteri!

Le leggende che popolano ciò che resta dei mitici bastioni di Castel Manfrino e le orride gole, gli affascinanti paesi abbandonati di là di Leofara, potrebbero essere ulteriore richiamo per il turismo.

Coperti agli occhi dei comuni mortali, i tanti eremi sparsi lungo il frastagliato corso del fiume, un tempo rifugio di asceti e briganti, avvolti da un intricato dedalo di vegetazione, evocano storie inquietanti.

E invece qui le presenze non decollano nonostante che nel piccolo e unico hotel ristorante della zona si mangi benissimo.

La promozione del territorio è poca cosa.
Eppure qualcuno aveva idee grandiose per il distretto dei “due Regni”.

Molti affermano che l’Ente Parco dimentica questa zona, nonostante anni fa in pompa magna fosse stato inaugurato un bel punto informativo.

A una manciata di tornanti, oltre 1000 metri di altitudine, il borgo di Piano Maggiore col suo pugno di case abbandonate che si animano in estate, ricorda una storia terribile del 1500 quando un gruppo di nove donne ritenute responsabili di crudeli sortilegi, furono processate, costrette a confessare reati mai commessi e condannate al rogo.

La vecchia chiesina di San Pietro custodisce un ossario, dove la tradizione orale racconta fossero custoditi i resti di alcuni temibili briganti quali Antonio di Forca e Berardino di Celidonia con parte del manipolo di manigoldi con cui dividevano le loro malefatte.

Il brigantaggio da queste parti non è mai mancato dal Medioevo in poi, col suo carico di temibili personaggi quali Marco Sciarra, Ursino di Sabatuccio, Alfonso Piccolomini.

Il tempo volge al bello ora che si va verso il tramonto.

Il cielo si tinge di colori.
Le striature di rosso rubino si alternano al blu dei lapislazzuli al topazio color sole, al viola dell’ametista. Una meraviglia!


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Articolo redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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