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domenica 23 novembre 2014

Al settimo cielo!

“Se vuoi arrivare primo, cammina da solo. Se vuoi camminare lontano, cammina insieme.” (Adagio popolare)

Prima di partire stamane ho meditato il libro più piccolo della Bibbia.
Chi legge il “Cantico dei Cantici” attraversa l’amore a tutti i livelli, in tutte le sue molteplici sfumature, di qualunque sentimento profondo si parli: tra uomo e donna, tra Dio e il suo popolo, tra i fratelli in carne, tra gli esseri viventi e la natura.

Colpisce la dimensione della continua ricerca tra due esseri in un amore inteso di complicità, di ricerca l’uno dell’altro, in un legame desiderato, sognato.
Ho un po’ di nostalgia di mia moglie, tanta di mia figlia.

Forse era più indicato leggere Giobbe, avrei attraversato il dolore in tutte le sue sfumature, ma ascoltato inequivocabilmente la Parola di un Dio misericordioso, pronto a dare l’ultima parola di conforto.

Sto pensando che sono belle le figure femminili della Bibbia. Rut, ad esempio, è la straordinaria donna di un popolo odiato da Israele ma che entra in quello ebraico, per diventare nonna di David e ristabilire pace fra i due popoli.

Gli Ebrei leggono questo libro a Pentecoste, il tempo della mietitura.
Quando Dio si rivolge a una donna nell’Antico Testamento, accadono sconvolgimenti.
Anche il Signore soffre a causa loro.

Un tempo la montagna ha avuto una forza di attrazione malefica, un po’ come quella del deserto, landa di desolazione, la stessa attribuita oggi ai buchi neri dello spazio siderale.
La morte arrivava di sorpresa sotto forma di un morso di vipera, di una slavina improvvisa, di un piede messo disgraziatamente dove non si doveva.
E poi, la montagna era il regno dei briganti.
Pian piano, tutto è mutato.
Le cime sono diventate pilastri, colonne del mondo, merletti di vita sotto un cielo scintillante di luci.
Sagome di aguzze piramidi, guglie di pietra dal profondo romanticismo rosa, pinnacoli di roccia fra altopiani, strapiombi, gole, foreste.
E così il “modus deambulandi” è tornato quello di un tempo.

Questa mattina è caratterizzata dal passaggio continuo di gruppi di volatili.
Sul finire dell’estate c’è una strana agitazione, una frenesia inconsulta da parte degli uccelli che iniziano a migrare, sulla rotta che dal lago di Campotosto li conduce ai paesi caldi dove svernare.
Passano sulle nostre teste come minuscoli aeroplani.

Crediamo, tra gli altri, di aver scoperto dei bianconi, piccoli aquilotti specializzati nel predare bisce e lombrichi, planando inaspettatamente.
Molti di essi sembrano essere però dei semplici colombacci.
Oggi ci aspetta una polenta a Campo Imperatore se tutto andrà per il verso giusto.
È quello che ci vuole per riscaldarsi perché sta tirando aria gelida.

Stiamo attraversando la valle più spettacolare del versante teramano del Gran Sasso.
Questo cuneo di terra separa il Corno Grande e il Corno Piccolo dai pilastri verticali del Pizzo d’Intermesoli.
Un paesaggio incredibile, uno straordinario succedersi di habitat diversi: boschi, torrenti, pascoli, ghiaioni.
Ma qui c’è anche una grande storia scritta dall’uomo in lotta con balze, nevi e pareti ripide.
Non parlo solo dei grandi scalatori come il capitano De Marchi, che nel 1574 salì con la guida alpina Di Domenico di Assergi, sul Corno Grande.

Chissà quanti uomini l’hanno attraversata sin dai primi anni del cinquecento quando veniva utilizzata come mulattiera, dai mercanti di “carfagni”, i panni grezzi di lana che insieme ai “cotorni”, spessi calzini da uomo, venivano trasportati attraverso il Passo della Portella per essere venduti nella città di Aquila.


Nel teramano c’erano diverse fabbriche laniere che producevano roba egregia.
La Val Maone era anche attraversata dai pastori che, per il Rio Arno da Pietracamela, portavano le greggi nella conca di Campo Pericoli.
I transumanti raggiungevano la parte superiore della valle, lì dove c’erano le famose “capanne” e le grotte che offrivano ricoveri in caso di tempeste di neve assai frequenti. Massimo mi ricorda che qui a Campo Pericoli, il più grande “pericolo”, l’ha corso proprio l’ambiente.
Anni fa fu proposto un mega insediamento di impianti
sciistici di alta quota.

Il progetto prevedeva un collegamento con la valle del Venacquaro, in una sorta di delirio di cemento che avrebbe trovato una successiva colata nella valle del Chiarino.
colpo mortale per il Gran Sasso che, per fortuna non c’è stato.
Una follia che stava per essere realizzata se non fossero intervenuti, provvidenziali, gli ambientalisti a scongiurare un simile scempio.

Al posto di strade, funivie, skilift, oggi qui pascolano beati, grazie a Dio, i camosci e volteggiano, felici, le aquile.
Che meraviglia, ragazzi!
Montagna severa questo Gran Sasso, ancora più affascinante per chi sa coglierne gli aspetti più integri.

Uno spaccato dolomitico con rocce che appaiono come plastici ed eleganti ammassi creati dalla mano di un gigante, fino a giungere alla stupenda parete nord e alle Spalle del Corno Piccolo.

All’opposto, troviamo i più selvaggi versanti meridionale e orientale del Corno Grande, lavorati in maniera ossessiva, tra profonde incisioni, slanciate guglie, tortuosi canali e sinuose creste.

Stiamo per vivere intensamente la diversità dei due versanti: quello teramano tutto antropizzato con la presenza massiccia dell’uomo, quello aquilano con la brulla piana di Campo Imperatore e i deserti crinali che scendono verso i deliziosi paesi come Santo Stefano di Sessanio, Castel del Monte, Calascio.
Il Passo della Portella è a 2260 metri di altezza.
C'arriviamo abbastanza provati.
La fatica si sta accumulando anche se l’entusiasmo non è scemato nemmeno di un tocco.
Sulla nostra destra svetta il Pizzo Cefalone.
Un passo dietro l’altro.
Dieci, cento, mille orme, il dislivello di poco più di cento metri per raggiungere la sommità sulla quale insiste il Duca degli Abruzzi a 2388 metri d’altezza, è colmato tra vari ondeggiamenti.

Il rifugio è dedicato a un grande
esploratore italiano, Luigi Amedeo di Savoia, duca, per l’appunto, quasi sicuramente uno degli esponenti più amati della Casa Reale.
È una storia di vita complicata, avventurosa, quella del cugino “povero” del più famoso Vittorio Emanuele II re d’Italia.

Tra una spedizione e l’altra in cui si portava con sé un uomo mito della storia dell’alpinismo italiano, Vittorio Sella, finissimo fotografo, il nobile uomo ebbe varie avventure.
Anche galanti, vi assicuro, con donne di alto lignaggio fra cui l’americana Catherine Elkins, desiderata da mezzo mondo.
Luigi Amedeo viaggiò in Alaska, arrivò nel Polo-Nord, in Karakorum, salì il K2 e non disdegnò paesi con mille problemi, come ad esempio la Somalia.
Ma lo sapete? Fa anche freddo. Un freddo boia!
Occorrerebbero i guanti, un giaccone più pesante.
Il sole sta calando e i suoi raggi s’infilano nella vallata sottostante.
Quando arriviamo alla stazione alta della funivia del Gran Sasso, al rifugio Campo Imperatore stanno scendendo le ombre di un raffinato ma gelido tramonto.
 
L’ostello è stato ricavato dagli antichi locali che ospitavano la struttura di servizio della stazione di arrivo della funivia che, ancora oggi, parte dalla sottostante Fonte Cerreto.

Naturalmente all’interno il riscaldamento non funziona!
Rimediamo un’anonima stufa elettrica.
Meglio di niente.

Riequilibrato il sistema termico dei nostri corpi, mentre Massimo chiude gli occhi, decido di dare un occhiata.
Attraversato il piazzale, mi affaccio verso la piana.
Che meraviglia!
In fondo si nota una moto di grossa cilindrata.
È simile a un proiettile colorato, sparato da una parte all’altra del paesaggio.
Deve, certamente, essere una sensazione incredibile.
fruscio dell’aria sulla carenatura, la lingua di strada bianca che corre davanti la ruota anteriore, la linea di mezzo riflessa sulla visiera del casco integrale.

L’albergo è un cimelio storico e lo si capisce anche dalla struttura decisamente sfruttata.
Ospitò Mussolini durante la sua prigionia sulle vette del Gran Sasso.

Da qui il Duce mise un nuovo tassello alla sua vita avventurosa, con una liberazione che la storia ricorda quanto meno rocambolesca.

Sembra quasi di vederli ancora gli alianti dell’aviazione tedesca, il 12 settembre del 1943 alle ore 15,00 circa con gli incursori paracadutisti che circondano l’albergo per liberare il prigioniero eccellente.
Foto e cortometraggio dell’evento hanno fatto più volte il giro del mondo.
Sono parte della storia del nostro paese.

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Tratto dalle pagine del libro di Sergio Scacchia "Il mio Ararat"(La Cassandra edizioni).

Un grazie di cuore all'amico Daniele Machetti per le splendide foto della fioritura di maggio a Campo Imperatore!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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sabato 22 novembre 2014

L' elogio della pezzata: vita di pastori

“Andarono in giro, coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati- di loro il mondo non era degno!- così vaganti pei monti tra le caverne e le spelonche della terra”. (Ebrei 11,36-38)

Viaggiare a piedi è connettersi con ognuno dei tuoi sensi in un percorso interiore in cui ogni passo assume un valore infinito.

Massimo ha già estratto il suo bel panino con frittata di asparagi, quando in lontananza vediamo un pastore avvicinarsi sempre più con il suo piccolo gregge.


La polvere sollevata dagli animali sfuma il paesaggio come in un sogno.
Riempie il cuore vedere una scena antica in un mondo che ha dimenticato il suo passato.

Tra un boccone e l’altro, l’amico mi fa notare che quest’antica strada romana, tagliata per molti chilometri tra boschi e rupi, portava le torme di pecore e capri verso Senarica e poi giù per la valle del fiume Vomano, fino al mare.
Una sorta di raccordo tra la “Salaria dell’Adriatico” e quella del Gran Sasso che toccava poi la Laga amatriciana.
Basti pensare alle pietre miliari presenti qui e là da Poggio Umbricchio, grumo di case abbarbicate sulla roccia come un astore su di un pendio pronto al volo, giù fino al tempio di Ercole nella zona archeologica della vallata.

Non so se conoscete Fonte Spugna, quell’antico fontanile che trovate in una delle curve a gomito sulla strada Maestra del Parco, pochi tornanti dal bacino Enel del lago di Piaganini.

Ebbene se ci si affaccia di sotto del guardrail, lì dove scorre il fiume, s’intuiscono tracce di sentiero.

L’antica Salaria, secondo il mio amico montoriese, Claudio Foglia, appassionato cultore di quest’antica arteria romana, passa lì dopo essere scesa proprio dal Poggio, località campo sportivo, dove fu trovata la colonnina miliare, per virare attraverso Leognano e fino a Zampitto- Salara, per l’appunto.


Splendido!
Ricordo che quel grande uomo di cultura e amico, Gianmario Sgattoni, prima di lasciarci avrebbe voluto scrivere a quattro mani con me di questa sorta di città santuario sepolta dinanzi al Gran Sasso.
Per lui proprio qui esisteva l’antica “Beretra” di cui Tolomeo scrisse: “città orientale di là dell’Interamnia”.
Forse, come diceva l’abate scrittore del primo novecento, Jean Jacques Christillin, “la leggenda non è poi così lontana dalla verità, ma è semplicemente, la storia non ancora messa a punto”.

Di questi luoghi magici, solenni e misteriosi, il Gran Sasso è ancora pieno.
Vivono di vita propria in un continuo alternarsi di luci, ombre e figure che si confondono tra falsi storici e realtà.
Elementi mescolati che danno poi vita a una sorta di sinfonia poetica, unica, onirica, in un rapporto insondabile tra uomo e natura.

Il pastore rabbonisce il suo scalmanato cane bianco che latra selvaggiamente, mostrando denti affilati e occhi rossi ardenti come carboni.

Porta, sotto al mento, un lungo collare dai chiodi aguzzi per difendersi dai pericoli.
Il latrare del cane fedele si confonde con l’acuto suono dei campanacci.

La bestia infernale pare prendere maledettamente sul serio il suo compito di custode delle pecore.
Queste palle bianche animate, creature sorprendenti dal pelo lungo, appaiono un po’ orsi, un po’ lupi, sono impareggiabili in ferocia e forza.

Quando in montagna, li scorgi comparire sul tuo sentiero con il minaccioso abbaiare, è come se fossi in balia di un leone.
Mentre ringhiano, sei lì a pregare che il padrone delle greggi sia nei paraggi, altrimenti si fa notte!
Anche quando non avvertono minacce verso le greggi, non sembrano mai socievoli.

L’uomo, al contrario, è loquace ed è anche italiano.
Ha le tempia leggermente brizzolate, il colorito sano di chi passa evidentemente molte ore in ambiente, sorriso contagioso e insospettata capacità naturale di comunicare.
Vive non lontano da Tottea, ma nella bella stagione per molti giorni sperimenta una vita quasi nomade. Incredibilmente la pecora è ancora il centro della sua economia, dei suoi pensieri e del lavoro.
Un mondo anacronistico il suo.

Racconta degli aneddoti agro-pastorali, conditi da sussulti di umorismo.
Ricorda quando i pastori di sera transitavano in un paese.
C’era il rito dei pentolini: ogni famiglia, con il suo bel contenitore in mano, faceva il giro dei transumanti per chiedere un po’ di ricotta, il siero da mangiare la sera o da miscelare al mattino con il latte.

Snocciola, addirittura, anche ricette come quella della “pezzata”, piatto transumante che credevo si consumasse solo a Capracotta, nelle montagne del Molise, non lontano dalle vestigia di Pietrabbondante e delle antiche fonderie di Agnone.
Nel borgo molisano ancora lavora l’officina dei fratelli Marinelli, realizzatori delle campane nella basilica di San Pietro a Roma.
La pecora è bollita con erbe aromatiche dei prati alti, profumandola e servendola con zuppa di pane raffermo.
Il pastore schiocca le labbra a far capire la bontà del piatto, apre, poi, la sua povera bisaccia che ha visto giorni migliori ed estrae, con aria soddisfatta, ciuffi di orapi, sorta di spinaci selvatici d’altura e sentenzia che con quelli, la pezzata diventa un lusso!

Chissà perché quest’uomo d’altri tempi che non ha lasciato neanche il suo nome, appare affascinante nel suo puzzo di sudore e formaggio andato a male.
Per Massimo è la sua vita verde ad attrarre.
È una sorta di perenne avventura che alla casa di paese gli fa preferire le greggi, l’ovile, il canto degli uccelli, l’acqua di un ruscello.
È l’incanto di vivere al confine tra le rocce arenarie della Laga e il calcare del Gran Sasso, nella libertà assoluta, libera da schemi predefiniti.
Un qualcosa che ammalia chi, come noi, vive immerso in un mondo che consumandosi fino a farsi male, cerca oggi qualche via di salvataggio attraverso i confini di un’esistenza eco compatibile.
Sono vite semplici, povere, ma autentiche e pienamente vissute.

Questo povero transumante è un monumento alla tradizione.
Tutta la grande vallata ai margini dei monti della Laga è stata per anni conosciuta anche per la produzione di formaggi.

L’uomo è una miniera di ricordi.
Ha un’allegria coinvolgente.
Ride sguaiato, dipingendo, quasi la chiostra dei suoi denti.

Traffica con la sua pipa, la pulisce, la carica, l’accende, spande un terribile odore di tabacco nell’aria.
Un tempo, ci dice, quando si faceva pettegolezzi si diceva: facciamo ricotta!
Ci parla dei padroni, a volte odiosi che affidavano il loro gregge alla povera gente del posto.
I possidenti oltre al salario mensile, di per sé scarso, fornivano lo stretto necessario per sopravvivere.

La dote era: un litro d’olio al mese, un chilo di pane al dì, un chilo di sale per trenta giorni.
Lo strumento principe di questa sorta di baratto, era la “taja”, un regolo in legno su cui si segnavano con tacche, le quantità di pane e altre merci ricevute dal padrone.
In caso di superamento di queste razioni, si scalava il mese successivo.
Nell’ipotesi, molto remota che avanzasse qualcosa c’era il cosiddetto “affranco”, con il calcolo nel salario successivo.

Nel ricordare i pastori, che tornavano in estate con le loro greggi, invadendo le strade come un fiume di lana, il gregge che copriva ogni spazio della strada da dove si scorgevano solo velli, le tante case piene di persone che ora non ci sono più, l’uomo pare quasi sul punto di piangere.


Sembrano tempi incredibilmente lontani da noi quelli in cui si curava febbre con le sanguisughe e i salassi, quando il bucato si faceva con la liscivia, cioè acqua e cenere, quando i fiumi e i laghi erano potabili.

Ricordo che anche la mia povera nonna aveva una convinzione assurda: quando qualcuno stava molto male bisognava uccidere la gallina e preparare il brodo per il debilitato, mentre almeno una di sette vergini, con un bel fazzoletto bianco in testa, doveva recitare con trasporto il rosario.
In realtà il tempo che ci separa da una vita così diversa non è poi tanto.

Mentre l’uomo racconta, penso che lo scrittore latino Catone, oltre 2000 anni fa, ripeteva che per tutti i successivi secoli, la pastorizia sarebbe stata la maggiore ricchezza.
Sappiamo tutti com’è finito il Sacro Romano Impero.
L’Italia del dopoguerra grondava di latte, commerciava in lana, oggi i pastori sono disperati macedoni o piccoli produttori come l’uomo che abbiamo davanti.

Il “Settembre andiamo, è tempo di migrare” di dannunziana memoria suona come un beffa fuori moda.

Pochi sono quelli che ancora cercano di salvare i tratturi, le autostrade dell’antichità lungo le quali si snodavano commerci e transumavano gli armenti.


Ancora di meno coloro i quali cercano di non far crollare piccole chiese disseminate lungo i tracciati. Molti tratti sono ormai ricoperti da erbacce, molti asfaltati o affittati a contadini.
Il mondo è cambiato, qualche volta in peggio.
Chissà perché i pastori sono stati sempre visti con sospetto da tutte le civiltà.
La letteratura sumerica li definiva: “apparenti uomini dalla voce dei cani di prateria”.

Altre cultura li comparavano a briganti.
Gli egiziani ne avevano repulsa.
Per gli ebrei non potevano neanche testimoniare nei processi.
Un mestiere essenziale ma, direi, maledetto.
Eppure furono loro a vedere per primi Gesù nella grotta di Betlemme e dal tronco di Iesse, dal giovane pastorello Davide, che nacque la genealogia del Cristo.

Riprendiamo il cammino in un pomeriggio in cui il sole ha lasciato posto a una spessa nuvolaglia umida, grigiastra.
Il cielo è ora plumbeo, rigato da inusuali strisce rosse.
In un silenzio condiviso c’inoltriamo in un paesaggio di arcadica semplicità. In lontananza sentiamo scampanii di mucche al pascolo.
Nel naso, un acuto profumo di resina proveniente da boschi vicini.

Superati i minimi resti del leggendario abitato di Campanea che resistette alle intemperie del tempo fino al tardo medioevo, incontriamo anche le anonime pietre di quella che un tempo era l’antica pieve di San Martino dove dicono siano vissuti uomini già intorno al I secolo ante Cristo.

Si favoleggia che qui ci fosse già un vero presidio di fede pagana, poi col Cristianesimo la zona divenne una minuscola cittadella dello Spirito, un sito del silenzio e della contemplazione.
Bé, in verità, il silenzio è rimasto.

L’aria sembra ancora intensa di anime, densa e rarefatta allo stesso tempo.
L’aura religiosa un tempo si estendeva fino alla Madonna del monte Calvario di Piano Vomano, creando un culto mariano notevole: quello delle Sette Madonne Sorelle, che coinvolge tutte le statue dedicate alla Vergine Maria che si trovano nei paesi vicini.
È un’antica forma di devozione popolare, in passato molto diffusa nelle aree rurali e montane.
Il culto veniva professato svolgendo pellegrinaggi a piedi nelle chiese disposte entro orizzonti confinanti in modo da vedersi e dov’era presente una statua di Maria Santissima, per sciogliere voti, chiedere grazie, protezione da eventi terribili.
Oltre ad un’area devozionale, il luogo aveva anche funzione strategica per arroccarsi nel caso di un attacco nemico.

Una piccola città in pietra, dalla mirabile strategia urbanistica e una straordinaria posizione geografica, incastonata tra queste montagne.
Pare che uno scrittore del Rinascimento di cui non rammento il nome, parlando di questa cittadella ormai scomparsa, la descriveva così: “lì dove regna il sole che è di tutti e tutto fa crescere e la rovina non sarà mai tale.”

La domanda aperta al cielo è: come può essere diventato tutto così, rovina su rovina?

Una gustosa leggenda tramandata per anni, racconta di spiritelli terribili dal baschetto rosso e facce nere, che occupavano questo luogo: erano i fantastici “mazzamarill”.


Spaventavano le mandrie di vacche e le greggi delle pecore creando disagi a non finire ai pastori.
Occorreva molta fede e ore di preghiera per allontanare questi folletti birichini.
Ancora oggi quando s’incontra una persona di carnagione scura da queste parti si dice “che è nere n’da nu mazzamarill” .
La fama di questi luoghi è anche legata a un non so che di esoterico folcloristico.
Le presenze demoniache potevano essere allontanate solo con la preghiera.
Anche con accorgimenti, per carità.
Tutti, presso gli usci di casa, mettevano, ad esempio, le scope, per far sì che streghe o spiriti maligni, entrando, fossero costretti a contare uno per uno i fili, senza riuscire a venirne a capo entro l’alba.
I bambini, che spesso avevano problemi digestivi a causa della poca igiene, venivano guariti dai santoni della zona, facendo passare per tre volte un filo attraverso la cruna di un ago.

Sono molti i montanari che sostengono di aver trovato, al mattino, cavalli con criniere intrecciate e sudate, utilizzati dalle streghe per le loro notturne scorribande.

È risaputo che di queste anime perverse, hanno parlato grandi uomini come Dante Alighieri o Pico della Mirandola.


Tutto poteva essere scongiurato, però, con la preghiera.
La fede è dono di Dio assolutamente importante per gli uomini di montagna.
Nel giro di poche manciate di chilometri tra il Gran Sasso, la Majella e il Velino Sirente, esistono santuari costruiti sopra antri, grotte, rocce o picchi, là dove gli uomini in qualche misura sentono più forte la vicinanza di Dio, luoghi che sfiorano il divino.
Ci sono posti, dove si sperimenta il benessere anche fisico dello stare in silenzio, avvolti nei propri pensieri, ricordi o progetti che ancora ci attendono.

È questo il motivo per cui tanti santi li hanno cercati.
Così credo sia stato per San Benedetto a Cassino, San Francesco a La Verna e San Pietro Celestino a Santo Spirito nel vallone dell’Orfento, a Caramanico nel pescarese.
Questi luoghi conservano una spiritualità palpabile, di enorme richiamo per l’uomo moderno.
Non smetto mai di chiedermi perché l’occidente secolare dimentica tutto il suo sacro, quasi nascondendolo, mentre in Asia non c’è nulla di nascosto e tutto è sacro.
La sacralità della vita è tale che in India, ad esempio, i milioni di senza tetto pregano per strada, inginocchiati nella polvere tra il grigiore polveroso e scrostato.

Ora il dilemma è: scendere attraverso tracce di sentiero fuori pista e spezza gambe verso il paese di Senarica o tornare verso Macchia Vomano, aggirando i ruderi altomedioevali di Tibbia sui piani di Crognaleto, attraverso il vallone del Rosario e su di una comoda mulattiera.
Ci sarebbe anche un percorso tra sterpi che arriva fino allo storico mulino ad acqua De Giorgis di Poggio Umbricchio.

Un luogo delizioso con una storia singolare raccontata nei suoi scritti da Ercole, rampollo della famiglia che dal 1920 ne acquisì la proprietà.
L’antico opificio rurale ancora oggi presenta le pale in legno del tempo, le volte dei canali di deflusso delle acque e la buca di raccolta delle acque.
Questo manufatto fu costruito sul finire del secolo decimo nono da un carabiniere, un certo Giuseppe Andreoli della provincia di Mantova.
Il tizio lasciò la Benemerita, sposò una donna del Poggio e divenne anche sindaco di Crognaleto.
A questo Primo Cittadino si deve la costruzione del ponte in ferro sul fiume e il ripristino di antiche mulattiere.

Il mulino è stato per anni, il punto di riferimento delle popolazioni che vi si recavano per la macinazione dei raccolti di grano, orzo, mais e farro, capo saldi dell’antica alimentazione contadina.
Quale itinerario scegliere? È il bello e il brutto del non avere mete.
Massimo guarda attentamente la cartina, alza gli occhi al cielo, poi decide che forse è meglio tornare in quest’ultima direzione.

Peccato non passare a Senarica!
Quanti bei ricordi ho di questo minuscolo borgo antico pieno di storia.
Ripenso a una mitica sagra della castagna di qualche anno fa.

(Continua 2)
Dal secondo libro di Sergio Scacchia "Il mio Ararat"

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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domenica 16 novembre 2014

A Piano Vomano, dove regna la pace!


La tradizione musulmana esige che, almeno una volta nella vita, ogni fedele compia quel cammino che Maometto fece dalla Mecca a Medina, alla ricerca delle radici e del proprio Dio.

Anche il cristianesimo conosce più di una rotta sacra, dalla via Francigena, che dall’Europa porta alla tomba di San Pietro a Roma, alle vie orientali che portano al Santo Sepolcro di Gerusalemme, fino al Cammino di Santiago a Compostela nel “campo delle stelle”.

Forse mi sto chiedendo, dove porta questo mio peregrinare e perché.
Massimo è un tiranno.
Ha già deciso che non ci saranno soste prima del pasto frugale del mezzogiorno.
Mi dice, sorridendo, che questa prima tappa è come il prologo del Giro d’Italia: escursione breve giusto per sgranchire le gambe e prepararle al lungo trekking.
Ho lasciato moglie e figlia, ho fissato un appuntamento tra non meno di quindici giorni.

Il tempo scorre, invecchio a vista d’occhio e ogni anno ho paura di non poter reggere il ritmo di più giorni in marcia.

Nell’antica Grecia “chronos” era il tempo cronologico, appunto, quello che oggi è regolato dagli orologi.

Il “kairos” era, invece, il tempo nel suo contenuto di azioni umane, di vicende, di eventi che mutano il corso della storia di tutti i giorni.

San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, lo sente breve nella sua visione caduca della vita, di certo lo è, se è vero che mi ritrovo a oltre cinquant’anni a chiedermi dove sono stato in tutto quest’arco di tempo.
Mi sento come quando si ripiegano le vele di una nave che ha finito la sua corsa e magari è pronta per essere sostituita da una imbarcazione più moderna.
Non è pessimismo quello che sto scrivendo, è avvertenza per chi si fa sfuggire il suo tempo senza reagire alle emozioni che bussano alla porta dell’animo.
Ecco perché vorrei coinvolgervi in questo viaggio sensazionale attraverso la nostra meravigliosa terra.

Ora che la gioventù è definitivamente andata, la montagna a volte pare più lontana, quasi irraggiungibile.

A casa mi capita spesso di guardare i volti delle persone care e anche il mio e ritrovarmi ad avere nostalgia del vento che penetra nel tronco cavo di un albero scricchiolante in un lamento vagamente musicale.

Vorrei sempre che le mie parole creassero immagini, vorrei tornare a baciare, mangiare, leccare la prima neve che scende in quota, vorrei tornare a trangugiare avidamente pasta in frittata dopo aver conquistato una vetta, tornare a sentire l’odore dei corpi tesi allo spasimo per una salita durata ore.

Immaginate un luogo completamente immerso nella natura, lungo la cresta di uno sperone strapiombante sulle gole di un fiume.

Un piccolo agglomerato di case dove la minima presenza umana è data dal basso volume di una radio, dagli odori di un sugo con castrato in preparazione sul fuoco e dal ragliare di un asino dentro una stalla che ha resistito al tempo e agli uomini.
A Piano Vomano, la vita si vive in lentezza.
Il silenzio è quasi sacrale, l’abitato è rustico e compatto, l’anima del borgo è rimasta intatta nei secoli.
Ogni roccia, ogni prato, ogni edificio, parla alla propria gente di un duro passato.
Due donne in abito nero stazionano, immobili, su di una panchina.
Qui si svolge una bella festa estiva dedicata all’albero, elemento insostituibile nella natura di cui spesso ci dimentichiamo.

La loro forza è tale da radicarsi profondamente nella terra, resistendo ai venti e al tempo.
Noi diamo sempre per scontata la loro presenza.
In questi luoghi si trovava una delle più grandi querce d’Italia: la “mazzucche”, dalla circonferenza di ben otto metri e una vita secolare a sfidare le intemperie e la forza distruttrice dell’uomo.

Questi patriarchi non sono solo alberi, ma l’identità di un popolo, un’epopea verde.
Un fulmine più forte degli altri stavolta l'ha stroncata
Stiamo percorrendo un itinerario, un tempo molto frequentato.
Un autostrada della storia!
Una montagna russa del mito.
Lo spazio temporale che abbraccia questo tragitto è di migliaia di anni.
Pochi chilometri per attraversare un’era gigantesca e scoprire il fascino del tempo che non c’è più.
Qui in epoca preromana era come fare la classica “vasca” nel corso di Teramo.
Allora, doveva esserci una sorta di tetrapoli edificata in epoche remotissime, con tanti abitanti, dotata di più porte d’ingresso, brulicante di una massa eterogenea di commercianti, intellettuali, ma anche di una fauna umana di imbroglioni, prostitute, affaristi, miserabili e viziosi.

La grande metropoli sarebbe stata distrutta, secondo una leggenda che fa sorridere, da enormi formiche voraci.

Le storie incredibili che sono state tramandate nei vari insediamenti di questo acrocoro verde di pascoli e ricco di acque che formano il distretto di Crognaleto, sono tutte gustose.

A San Giorgio a oltre mille metri di altitudine, c’è la misteriosa “ara delle schiazze” su cui si credeva danzassero, leggiadre, le fate.
Non lontano da questo luogo da favola, su di un crinale, dal tempio dedicato al santo che sconfisse il dragone del Male, fino a pochi anni fa, rimbombavano i rintocchi della campana fusa sul sagrato, a ricordare il miracolo dei muli che s’inchinarono al passaggio del condottiero armato da Dio.
C’è, non lontano, una piccola chiesina con la volta a crociera.
Nel suo interno sembra scomparire la nervosa inquietudine della quotidianità.

Si percepisce la presenza di Dio che penetra nel corpo e nell’anima con una fisicità che investe tutti i sensi.
Pare che fino a non molti anni fa, tutto intorno si sentissero dei rumori misteriosi.
Gli scettici dei paesi vicini sostenevano fosse il vento.

Qualcuno giurava di aver sentito anche urla strazianti.

A gridare selvaggiamente, sarebbe, per la tradizione popolare, il diavolo murato vivo nei secoli scorsi dai contadini.
E ancora, a pochi passi da Figliola e di fronte al vecchio abitato di Ajello, troneggia ancora la temibile “Rocca Roseto”, tra antichi passaggi segreti, botole con lance acuminate e cunicoli che discendono a valle.

Fu proprio intorno al perimetro delle mura che un mio conosciuto amico, Gino di Teramo, rinvenne un’antica daga acuminata.
E fu ancora qui che altri trovarono degli stiletti utilizzati dai briganti che transitavano nell’immenso pianoro dove oggi si svolge la “mostra della pastorizia”.

Fra i reperti tornati alla luce nel corso degli anni, pare ci siano anche mattonelle votive con disegni di leoni ruggenti, fiere con artigli e fauci spalancate che simboleggiavano quanto terribile sia l’aldilà e il passaggio dalla vita alla morte.

Il luogo evoca anche terribili storie di streghe.

Da queste parti doveva esserci, per la ricca tradizione popolare, una sorta di succursale della campana Benevento, unanimemente riconosciuta come la capitale della stregoneria.

Il grande scrittore Guido Piovene, autore quasi sessanta anni fa, del famoso libro “Viaggio in Italia”, presentava queste terribili figure femminili, dotate “di piedi palmati come anitra, cavalcatura, cavaliere servente ed amante concesso ad ognuna da Satana, che giungevano in volo intorno ad un antico noce.

Col sangue tratto dalla mammella sinistra, ognuna facea voto di odio, adulterio, maleficio e omicidio, almeno una volta al mese”.
Un racconto di aurea gotica che prevedeva la presenza del diavolo in forma di caprone a promettere beni mondani a chi lo assecondasse nei suoi progetti malefici.

Siamo partiti dalla piccola piazza all'ingresso del borgo a poco più di ottocento metri di altitudine e, fiancheggiando una piccola edicola votiva, ci siamo portati su di un ampio tracciato, dove non s’incontra anima viva.

C’è, davanti a noi una piccola cappella, icona del buon viaggio.
È quanto di più poetico possa esistere.

La tradizione popolare ricorda che l’immagine santa serviva a proteggere i viandanti dalle forze del male che vagavano senza posa.
Sul futuro di tutte queste impronte mistiche non gravano solo le avversità meteorologiche ma, soprattutto, incuria e vandalismo.
 Ricordo che su un pilone sacro, nelle Dolomiti del Brenta sul lago di Molveno, lì dove c’era una impolverata Addolorata, chiamata la Madonna del Dito perché dal mantello azzurro drappeggiato sul petto spunta la punta del pollice, lessi una scritta inquietante: ”oh passeggero, ferma il passo, guarda il passo, oh che passo, l’ultimo passo”.

C’è ovunque, anche in posti sperduti, un patrimonio di religiosità popolare impossibile da catalogare con un numero incalcolabile di edicole, nicchie e crocicchi. David Maria Turoldo, poeta e frate dei Servi di Maria, scomparso nel ’92 descriveva così questa devozione di strada: “povere immagini opere di anonimi artisti che per me sono amabili al pari di Giotto e Cimabue…”.
(continua)

Tratto dal secondo libro di Sergio Scacchia: "Il mio Ararat". 
Foto di Alessandro de Ruvo.


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Per raggiungere Piano Vomano si percorre la S.S. 80 Teramo L'Aquila fino al bivio per Senarica – Piano Vomano; qui si gira a destra e dapprima si scende. 
Poi ci si inerpica e si attraversa il centro abitato di Senarica prima di arrivare nel suggestivo borgo.

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sabato 27 settembre 2014

La solitudine della santa anacoreta!

L’eremitaggio di Santa Colomba è situato a mezza costa di un erta ripidissima del monte Infornace, nel complesso del Gran Sasso d’Italia, a cavallo di uno stretto schienale di montagna dal nome minaccioso, la “costa del Malepasso”.

E’ questo una sorta di sperone roccioso che divide il monte Brancastello dal Prena, la cosiddetta “mamma dell’acquedetto del Ruzzo da dove nasce l’acqua che arriva nelle nostre case.

Siamo a pochi tornanti dalla bella cittadina di Isola e qualche chilometro dal paese di Castelli con le sue famose ceramiche.

In questo luogo impervio si accede dopo una passeggiata gradevole di circa un ora per un sentiero facile nell’orientamento che si dipana in un bosco ceduo.
Secondo la tradizione, proprio in questo luogo nel XII secolo, la giovane Colomba, figlia dei Conti di Pagliara e sorella del futuro vescovo di Teramo Berardo, abbandonati gli agi della ricca famiglia si ritirò in preghiera e penitenza.

Fu lì che la morte la colse, amorevolmente assistita dal fratello.
Nel 1595 le sue spoglie furono traslate nella chiesa di Santa Lucia ma solo molti anni dopo, nel 1955 la statua raffigurante Santa Colomba, e le sacre spoglie, vennero trasferite nell'attuale cappella di Pretara.

Alcuni studiosi mettono comunque in dubbio l’appartenenza della santa alla nobile stirpe dei Pagliara e la sua fratellanza con San Berardo.
La giovane sarebbe stata sorella di Sant’Egidio e San Nicola.

Tutti però concordano nel definirla bella, simbolo di purezza e candore verginale, ritratta il più delle volte col fiore simbolo di pulizia interiore, il giglio.

Anche il nome Colomba sta a ricordare questo volatile candido, immagine dell’innocenza.


Forse fu proprio per questo desiderio di rimanere pura, che la giovane volle staccarsi prepotentemente dal mondo, per elevare la sua anima nella perfetta solitudine di questo magnifico posto.
Parliamo di un luogo dalla gran fama di mistero.
Sono numerose, infatti, le leggende legate all’ eremo che il primo di settembre si anima per una processione di pellegrini dediti al culto della santa bella e pura.

I vecchi della zona raccontano di tesori nascosti, superiori come ricchezza a quelli che sarebbero celati tra i Monti Gemelli e il Castel Manfrino.

Qualcuno ancora in vita, ad Isola, sembra abbia provato ad estrarre un forziere internato nella zona ad oriente della chiesetta.


Ma c’è chi giura che il malcapitato, quando fu sul punto di trovare qualcosa, d’improvviso sentì il badile cozzare contro resti di ossa umane e cranio compreso. Incredibilmente tali ossa, secondo il racconto, avrebbero cominciato a sbattere l’uno contro l’altra con gran frastuono, suscitando nello sventurato una tale orrida paura da fargli diventare di colpo tutti i capelli bianchi nonostante i suoi 35 anni. Inutile dire che qualche secondo dopo le sue gambe quasi toccavano la testa nella fuga.

Dentro l’eremo c’è un altare anonimo e lo stanzone è disadorno.
Eppure per chi conosce le storie incredibili di questo posto l’altare, in realtà, avrebbe un grande valore.

Il manufatto antico sarebbe miracoloso!
Sarebbe in grado di guarire coloro che v’introducono il capo attraverso un foro esterno.
Nel mettere il capo dentro questo buco, sarebbe possibile guarire da cefalgie, nevralgie, emicranie a grappoli e quant’altro.

Il noto scrittore Giovanni Pansa racconta tutto ciò nel suo stupendo “ Miti, leggende e superstizioni d’Abruzzo”.

Lungo la stradina in mezzo alla foresta che accompagna la lunga e faticosa ascesa al monte Prena e porta nel luogo dove la bella Colomba sembra passasse ore ed ore in contemplazione della natura e dei doni di Dio, alcuni giurano che sia possibile anche notare, distintamente, le impronte della mano e del pettine lasciate dalla giovane quando usava sciogliere i suoi lunghi e folti capelli.

Tornando all’altare miracoloso, è frequente in Abruzzo, dare a luoghi santi degli incredibili poteri taumaturgici.

Ogni anfratto, parete, pietra o nuda terra, viene utilizzato per strofinarsi col corpo e aspettare prodigiose guarigioni da ogni tipo di male.

E’ il caso a esempio, di San Domenico di Villalago vicino Barrea o di San Michele Arcangelo a Balsorano.

Secondo studiosi, tali pratiche divinatorie riporterebbero al concetto che la terra crea, distrugge, infine ricrea in un'altra dimensione.

L’eremo si mostra al visitatore provato dalla salita, già in lontananza su di una rupe a gradoni.

E’ proprio a lato di quella rupe che si trova un singolare affresco naturale a forma di pettine che si dice sia stato impresso proprio dal pettine lasciato per tanti anni incustodito dalla santa anacoreta, che lo usava per ravvivare la folta capigliatura.

Dietro la minuscola chiesetta di montagna, seminascosto dagli abeti, un masso di inaudite proporzioni porterebbe impressa la mano della fanciulla che ivi si poggiava per farsi forza nella salita all’erta china.

Naturalmente chi ha buone gambe si può cimentare nel continuare a salire verso il Cimone di Santa Colomba, raggiungibile risalendo il crinale alle spalle dell'eremo.
Siamo nel cuore della catena principale del Gran Sasso orientale.

 Ringrazio per i contributo fotografici i cari amici Massimiliano Fiorito e Alessandro de Ruvo!


Come arrivare ad Isola del Gran Sasso d'Italia:

Da Nord e da Sud
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull'autostrada A 24, uscire a San Gabriele/Colledara, prendere la SS 491 e proseguire in direzione Isola del Gran Sasso.
Da Roma
Prendere l'autostrada A 24 verso Teramo, uscire a San Gabriele/Colledara, seguire la direzione Montorio al Vomano, proseguire in direzione Isola del Gran Sasso percorrendo la SS 491.
Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull'autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull'autostrada A 24, uscire a San Gabriele/Colledara, prendere la SS 491 e proseguire in direzione Isola del Gran Sasso.


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sabato 20 settembre 2014

Il borgo dei motti ai piedi del Grande Sasso!

I resti del castello dei Conti di Pagliara, affacciati sulle scoscese forre che precipitano verso il borgo medievale di Isola del Gran Sasso, rivaleggiano in severità con la tozza corona di vette.

Gli occhi, meravigliati, salgono di quota verso splendide faggete.


Dopo una ventina di minuti di piacevole camminata, le pietre segnate dal tempo aprono agli occhi un luogo straordinario, arroccato su di uno sperone di roccia con vista mozzafiato sulla catena del gigante appenninico.
Si distinguono due torrioni piramidali, alcuni pezzi di mura della chiesina dedicata a Santa Maria.
Una singolare leggenda racconta di lunghi cunicoli sotterranei che collegherebbero il colle all’abitato di Isola, attraversando in profondità i dirupi circostanti.

Qui ovunque si può intraprendere corroboranti passeggiate.
Nella vicina Casale San Nicola, ad esempio, una bella mulattiera porta in circa 40 minuti al “pianoro dei frati” con una vista superba sul paretone del Corno Grande.
Qui, nel 1100, esisteva un insediamento monastico di oltre cinquanta religiosi.

Rimane solo una chiesina ristrutturata grazie all’intervento dell’Archeoclub.
Si aprono ovunque scenari di bellezza unica.
All’estremo, la grande parete levigata del monte Camicia si avvinghia alla biforcuta vetta della Forcella verso il Siella.
Il monte Prena dalla larga mole rigonfia si sussegue a semi cerchio col Brancastello e fino ai Due Corni, il Grande e il Piccolo e Cima Alta.

Il Montagnone si unisce in un abbraccio infinito al paese, con il largo pendio di Forca di Valle.

Può comunque apparire singolare che una località a soli 419 metri sul livello del mare ricordi il nome della vetta più alta degli Appennini ma questo accade perché il Gran Sasso incombe ovunque sull’antico borgo.
L’abitato è bello e raccolto con le sue viuzze, le piazzette monumentali con attorno alle mura, i due corsi d’acqua del Ruzzo e del Mavone a creare un ambiente idilliaco.
Una sorta di isola, appunto, come la tradizione vuole fosse definita nell’800, dallo scrittore Edward Lear che conobbe il luogo in uno dei viaggi immortalati nei suoi libri.

Le campagne a fondo valle donano colori vividi tra prati falciati e terrazzamenti sorretti da caratteristici muretti a secco, testimonianza di millenaria sapienza contadina.

C’è però una singolarità che caratterizza fortemente questo paesino del XII secolo: le straordinarie quanto singolari iscrizioni che adornano i piccoli portoni e le finestre antiche, piccoli motti secolari realizzati in latino, molti dei quali purtroppo sono andati irrimediabilmente perduti.

Sono antiche e sagge sentenze di tipo popolare che presuppone la conoscenza di questa lingua ormai scomparsa: “Amico fideli nulla esta comparatio”, nulla è più importante di un amico fedele;
“Amicum esse licet sed usque ad aras, oppure “Virtutis laus in actionibus consistit”.

Forse gli abitanti se dovessero scegliere uno di questi detti opterebbero per il “melius mori quam foedari”, meglio morire che essere disonorati.
Questo suggerisce la storia secolare del luogo.

Molte di queste scritte furono portate dal monastero di Fano A Corno, quando un terremoto, nei primi anni del settecento, rimaneggiò profondamente la struttura, abbandonata subito dopo dai camaldolesi.

Isola, antico paese della Valle Siciliana ha sempre vissuto sotto dominazioni prepotenti e terribili, dalla crudele famiglia dei Pagliara agli Orsini con il primogenito Napoleone, fino a Camillo Pardo che abdicò in favore degli Alarcon Mendoza ai tempi della dominazione spagnola nella valle.
Era il 1526 quando l’imperatore Carlo V, durante la ristrutturazione del Regno di Napoli, assegnò la valle allo spagnolo De Alarcon, una sorta di premio per aver combattuto valorosamente nelle battaglie di Parma e Piacenza.

Allora il paese di Isola era ben diverso.
Si accedeva al suo ingresso attraverso delle porte che delimitavano il castello, le più importanti delle quali erano il “Torrione” e la “Cannavina”.

Questa comunque è terra di santi, amici miei: Gabriele dell’Addolorata con il santuario tra i più visitati d’Italia, è a pochi metri; la dolce Colomba, sorella di San Berardo ha vissuto nelle foreste che circondano l’abitato; Frà Nicola visse qui un eremitaggio di anni, amato da tutti i paesani in una grotta oggi chiamata Frattagrande; infine diversi religiosi hanno vissuto per anni in modo ascetico in grotte di fortuna sotto la montagna.

Fate un esercizio utile per il fisico e per la mente: girate senza meta nel paese godendo dei panorami e dell’antichità che trasuda dalle stradine interrotte qua e là da piazzette silenti.
Un vero labirinto di vicoli intersecanti tra loro, coronati da qualche vetusto palazzotto gentilizio, chiesine in pietra a conservare segni di un suggestivo passato.
Scoprirete anche qualche finestra finemente disegnata con cornici, bifore, stemmi, opere d’arte dal
continuo sovrapporsi di stili che richiamano tanti piccoli abitati intorno.

Obbligo è visitare la chiesa madre dedicata a San Massimo, con il bel portale di Matteo da Napoli, del 1420.

All’interno, la navata di sinistra, offre il bel colpo d’occhio della cappella di San Iacopo, col piccolo battistero rinascimentale in pietra bianca, ornato di fregi animaleschi e testoline di putti adoranti.
Nella sacrestia un inaspettato gioiello, un ostensorio quattrocentesco impreziosito da un pannello in maiolica di Castelli raffigurante la Madonna con Bimbo fra San Berardo e Santa Colomba, che dicono sia stato rinvenuto nell’eremo della donna, sorella del patrono di Teramo, che si visita camminando nei boschi circostanti.

Prima di andar via, mi reco davanti alla graziosa Cona di San Sebastiano, fuori le mura.

La trovo di nuovo chiusa e le chiavi non reperibili.
Anche questa volta non sono riuscito a fotografare gli affreschi del grande Andrea De Litio, uomo del Rinascimento!


Arrivare a Isola:

Itinerario più veloce e meno interessante:
A24 Teramo Roma, uscita San Gabriele Isola. Poi due chilometri per il paese.
Itinerario piacevole e ricco di luoghi ameni e interessanti:
S.S.150 Roseto- Montorio al Vomano. Oltrepassata Val Vomano e Zampitti Salara, verso Montorio, svoltare al bivio a sinistra e seguire indicazioni Isola, Santuario San Gabriele.
Dal mare di Roseto sono 48 chilometri, da Giulianova 53, dalle Marche di Porto d’Ascoli circa 70 chilometri.

Per mangiare ci sono molti locali dignitosi a buon prezzo e ottima qualità sia in paese, che nei piccoli borghi intorno come a San Pietro, circa 800 metri sul livello del mare.


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sabato 9 agosto 2014

Santa Maria Apparens di Alvi

Alvi , piccola frazione nel comprensorio di Crognaleto, è quanto di più romantico si possa esprimere nei selvaggi monti della Laga.
“Qui il silenzio è utile per coloro i quali vogliono avviarsi alla perfezione”. Lo scriveva Frate Giovanni Pinazza, abitante eremita che vi soggiornò per un anno di vita ascetica.

Il borgo risale al 1300 quando fu costruita la piccola ma bella chiesa di Santa Maria Apparens, con i suoi importanti affreschi, ma la frequentazione di questo luogo esisteva sin dagli antichi Romani.
Pare che sulle pendici meridionali del Monte di Mezzo, in località “il Coppo”, furono localizzati anni fa, i resti di antichi stazzi di quell’epoca. Non c’è da stupirsi.

Questo bel paesino è praticamente da sempre, significativamente collocato lungo un itinerario pastorale che da Crognaleto conduceva a Campotosto.
Il piccolo campanile della chiesa, che fu ideata e costruita definitivamente grazie ai frati dell’Ordine di San Bernardino, si disegna fra un breve pendio e il cielo fuori dal paese.

La leggenda, che vive intorno al luogo santo, è da raccontare.
Si narra che un soldato francese, proveniente da famiglia facoltosa, ferito e abbandonato tra i monti, ormai in fin di vita, invocò l’aiuto della Vergine.
Maria apparve tra le nuvole bianche e salvò il moribondo.
Il giovane fece erigere qui, così lontano da casa e in terra straniera, un tempio alla Madonna che appare.
I vecchi raccontano che all’inizio dell’800, il piccolo luogo sacro fosse frequentato dai tanti briganti che trovavano in queste montagne il loro rifugio.
I malviventi pregavano la Madonna a mani giunte in un’implorazione che raccoglieva le loro umane debolezze, le contraddizioni e le atrocità da riscattare.

Nel 1703 un terremoto devastò questi luoghi e, nei primi anni del ‘900, una grande frana della debole pietra arenaria che circonda il paese, distrusse gran parte del piccolo abitato che fu ricostruito, niente di meno che da un giovane Benito Mussolini.
È una storia raccontatami da un vecchio pallido e zoppicante, incontrato in uno dei miei raid precedenti in paese.

Dal centro di Alvi, c’è un bel percorso sterrato del Sentiero Italia che, utilizzando antichi itinerari provenienti da Campotosto, attraverso la zona del Passo Cattivo, porta a conoscere una montagna poco ambita ma dalla vista bellissima: il Monte di Mezzo, spartiacque tra Laga e Gran Sasso ,dove la vista spazia fino ai Monti Reatini.
Dalla sua vetta si può scendere a Frattoli o tornare ad Alvi.
È un percorso che consiglio vivamente.

Sono fantastici questi borghi dove intrichi selvaggi di rovi rimpiazzano parte dell’abitato e dove alcuni alberi sembrano soffocare a causa di lunghi rami di rampicanti fuori controllo.
Sono paesi fatti di gente solida come le rocce sporgenti che ne determinano il paesaggio.

Mi fanno ripensare a un autore che adoro.
Non so se avete mai letto qualcosa di Mario Rigoni Stern.
La sua “montagna silenziosa e triste” è fatta di contrade piene di case vuote, privi di simpatici merletti, bimbi festosi.
I suoi prati sono inselvatichiti e abbandonati. Paesi che in capo a dieci, venti anni sono passati da cento abitanti a dieci o forse meno.
Quest’abbandono si legge in Dolomiti come in Appennino.
Un tempo mi disse un vecchio abitante di Valle Vaccaro, qui c’era anche bestiame a valle: diverse mucche da latte, qualche arzillo torello per coprire le vacche vogliose con straordinari erotici, poi diverse decine di capre, pecore, maiali, di tutto.

Oggi rimangono poveri cani abbandonati che ululano al vento.
I boschi non sono più governati dalla mano dell’uomo.
E’ una comunità morente.
Il più giovane avrà settant’anni.

Se, tutti voi, passeggiando tra i vicoli di questi sparuti villaggi, avreste la sensazione di incrociare lo sguardo di un pellegrino medievale stremato da un lungo viaggio ma con lo sguardo carico di gioia per aver raggiunto la meta, non sareste vittime di allucinazioni.
È come se nelle pietre e negli alberi che affondano le radici simili ad artigli, si fossero sedimentate le voci, le preghiere e i passi di coloro i quali hanno voluto raggiungere questa virgola di mondo unica e affascinante, immersa in una natura selvaggia e maestosa.
Una forza inarrestabile quella della fede, simile alle acque.
Nella pietra, dalla pietra e sulla pietra è fissata la storia di paesi dall’aspetto quasi lunare, inerpicati sui monti.


La chiesa di Santa Maria Apparens dagli scritti di Giovanni Corrieri

Nel territorio teramano, a macchia di leopardo, esistono incredibili gioielli che occorre scoprire, spesso in zone fuori dal mondo "normale" e dalle direttrici canoniche della viabilità corrente, lungo percorsi virtuali impressi nella "memoria" più che sulle mappe territoriali, o quelli millenari dei tratturi, della fede, dei miti.

In questi percorsi sono collocati, come avulsi dalla storia altrove normale, edifici votivi inaspettati e apparentemente al di fuori da logiche.

Ecco allora varie chiesette, ciascuna con una storia tutta propria, sparse un po' dovunque: San Donato a Castelli, San Bartolomeo a Villa Popolo, la Madonna delle Grazie di Alanno, la "Trinità" di Morge, S. Maria della Croce di Pietranico: Santa Maria Apparens ad Alvi è tra queste.

Prima di andare oltre occorre correggere un errore corrente, perché nella tradizione popolare si crede che la chiesetta sia sorta in seguito ad una "apparizione" della Vergine, ma il termine "Apparens" si riferisce ad un'etimo latino poco adusato, che significa "ubbidiente": infatti, in latino, "appareo", oltre che "apparire" significa anche "assentire, ubbidire".

Il termine si riferisce all'accettazione della Vergine del messaggio divino pronunciatogli dall'Arcangelo Gabriele.
La preghiera dell'angelus, infatti, termina con le parole pronunciate dalla Vergine: "fiat mihi secundum verbum tuum" (avvenga di me quello che mi hai detto), cioè che il Verbo si sarebbe incarnato nel suo grembo.
Quindi "Apparens", e tutti gli altri derivati toponimi di chiese (Santa Maria di Appari, ad es.) non vuol dire altro che "ubbidiente" e, per traslato, "Annunziata".

La chiesetta di piccole dimensioni sorge a poca distanza dalla statale 80 sulla sponda sinistra del Vomano, a qualche km da Tottea e da Cervaro, sulla direttrice di un sentiero montano immediatamente a valle del Lago di Campotosto.
E' una chiesetta votiva di origine medioevale,, ricostruita o rimaneggiata nella sua forma attuale nel 1516, mèta di una suggestiva Via Crucis (non so se ancora si effettua) che partiva in un breve percorso in salita dall'abitato di Alvi (ricostruita poco a valle verso gli anni '30 del '900 in seguito ad una frana che aveva distrutto il paese) fino al luogo della chiesetta.

L'importanza della chiesetta poggia sulla sua straordinaria decorazione pittorica dell'interno, con una serie di scene votive di ottima fattura, opera di più artisti, il più evoluto dei quali si allinea ad una eco della pittura marchigiana (ricordiamo che nel 1526 un altro marchigiano, Jacopo Bonfini da Patrignone, lavorava a S.Maria della Misericordia di Tortoreto), ma sono presenti altre "mani" in sintonia con la cultura umbra tra Pinturicchio e Perugino (come nell'Annunciazione di Cerqueto).

La magnifica scena della "Annunciazione", con l'Angelo a sinistra e la Vergine a destra dell'altare, pur se molto rovinata mostra una qualità pitttorica assolutamente insolita nel resto d'Abruzzo.

Tra le altre scene dipinte, una "Crocefissione", un "San S. Rocco", un "S. Sebastiano", una "S. Maria Maddalena" ed altre figure di Sante Martiri.
Una vera e propria pinacoteca, tragico residuo di una stagione pittorica in gran parte perduta per le ingiurie del tempo, ma soprattutto per l'incuria degli uomini.
Malgrado detti affreschi abbiano subito un recente restauro (circa 30 anni fa) ora è la struttura della chiesetta che ha bisogno di un vigoroso salvataggio, in quanto infiltrazioni di acqua e precarietà del tetto rischiano di danneggiare questo patrimonio pittorico che è uno dei pochi rimasti nel teramano dell'inizio del XVI secolo.

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Per arrivare a Alvi da Teramo, ci sono circa circa Km.37: si percorre la S.S.80 in direzione di Montorio al Vomano, proseguendo poi verso il Passo delle Capannelle.
Giunti ad Aprati si gira a destra e poi, dopo il ponte, subito a sinistra, seguendo le facili indicazioni stradali.

Grazie all'amico Alessandro de Ruvo per le splendide foto a corredo dell'articolo tratto dal libro "Il mio Ararat".


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giovedì 3 luglio 2014

Una green way da Teramo ai monti della Laga? Perché no?

Il 16 novembre scorso a Teramo è stata presentata la nuova mappa sentieristica dei monti della Laga, realizzata dal C.A.I. sezione di Teramo.

Da anni la massima associazione ambientalista delle montagne italiane stava lavorando a questo importante progetto.


Tra i vari interventi c’è stato anche quello del prof. Filippo Di Donato, già esponente del Consiglio Direttivo Federparchi, il quale ha sottolineato l'importanza turistica e culturale di avere una rete di percorsi facilmente fruibili e ben tenuti, in grado di condurre turisti e amanti della natura alla scoperta delle infinite meraviglie che la nostra terra è capace di dare.

La sentieristica principale, insieme all’ormai noto e collaudato Sentiero Italia, deve avere la precisa peculiarità di poter collegare i centri abitati tra loro, con i borghi a rappresentare le porte di accesso alla montagna.

Da tempo il Coordinamento Ciclabili Abruzzo Teramano, l’insieme di oltre sessanta associazioni ambientaliste predica la necessità di realizzare una Teramo mare ciclo pedonale e si dice convinto che Teramo meriti anche una via escursionistica che colleghi la città alla Laga risalendo il Tordino.

Si potrebbero riscoprire antichi tracciati (come le vie di transumanza, le mulattiere dei carbonai, le vie dei pellegrini, i vecchi tratturi, ecc.), come pure realizzare luoghi di sosta presso rifugi, bivacchi, agriturismo, alla continua scoperta di piccoli paesi, chiesette, castelli, tabernacoli, antiche poste per cavalli, seccatoi.

Il comune di Teramo sta intanto realizzando in queste settimane un breve tratto di ciclopedonale lungo il Tordino, accanto alla scuola per i Geometri; il percorso poi proseguirà affiancando gli scavi archeologici di Ponte Messato per poi avanzare verso monte lungo un nuovo tratto il cui progetto è al vaglio della Regione Abruzzo.

Il desiderio di camminare è tanto e si denota anche dalle centinaia di escursionisti notturni che due volte la settimana si riunisce, alle nove di sera, sotto la guida del dott. Piero Sinigaglia, per camminare nelle vie della città e nei parchi fluviali.

Numerosi sono anche coloro i quali vogliono pedalare su percorsi naturali partendo dai centri abitati, senza dover per forza trasferirsi in montagna o nella ciclabile costiera.

Una via verde che colleghi ai monti della Laga riscoprirebbe anche un patrimonio storico, artistico e culturale della nostra provincia, manufatti antichi che hanno rappresentato le radici sociali della nostra gente: i mulini e i frantoi.
Basta, infatti, salire a monte di Teramo, anche solo pochi chilometri, per riscoprire resti di attività che per più di duemila anni hanno accompagnato la vita dell’uomo.
Ruderi di architettura d’artigianato locale che hanno funzionato fino agli inizi degli anni ’70.

I mulini sono stati per lungo tempo il centro della vita economica e sociale, luogo d’incontri, d’intrecci culturali e scambi di esperienze.

Questi tesori che costellano le valli del Tordino e del Vezzola, a volte sono mimetizzati tra impervi sentieri lungo le sponde dei due fiumi, a volte stanno morendo tra querceti e scampanii di pecore, oppure in qualche caso sono stati ristrutturati e adibiti ad abitazioni private.

I mulini dell’alto Tordino sono poco meno di una ventina.
Si trovano a Padula, Caiano, Elce, Casanova, Servillo, Faiete e Lame, nel territorio di Cortino, a Fioli, Fiume e Castiglione di Rocca Santa Maria e, nelle vicinanze di Teramo, a Varano e Travazzano di Valle S. Giovanni, Villa Tordinia e Villa Ripa.
Sono luoghi di sconfinata bellezza, oggi spesso persi tra sterpaglie, ma un tempo pieni di vita e di uomini.

Ancora più interessanti per molti versi, i mulini del Vomano, spesso inseriti in un contesto paesaggistico di rara bellezza come i manufatti di Poggio Umbricchio e, poco sotto, di Senarica, recentemente restaurato per ricettività turistica.

Sono protetti da alti e splendidi canyon, tra piccole cascate e vegetazione di ciliegi, meli selvatici, acacie e roverelle.

Sulle sponde del torrente Zingano c’è forse uno dei più antichi mulini della vallata, in località Cervaro, strada provinciale di Cesacastina, un chilometro prima del paese. Ristrutturato già nel 1812, oggi ha avuto un’ ulteriore ricostruzione ed è possibile visitare l’ambiente dove erano sistemate le macine per il grano e intuire ancora i canali di derivazione e restituzione delle acque.

Queste opere d’ingegno venivano realizzate in specifici punti dei fiumi, dov’era garantita una buona
affluenza delle acque e dove non c’erano fenomeni di piena distruttiva.

Ai tempi in cui si mangiava pane e lenticchia, qualche fico o castagna, tempi in cui il prete faceva anche da medico e ti dava prima l’infuso di erbe e poi i sacramenti, uomini che trasudavano lavoro e passione per la montagna hanno chiesto di non essere dimenticati.


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(Grazie per la preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis)