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sabato 26 ottobre 2013

Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

Lama dei Peligni è un paese nella valle dell’Aventino, alle pendici del monte Amaro, abitato sin dalla preistoria.
Le prime notizie del borgo medievale si hanno nel secolo XII.

Immerso in un contesto naturale di rara bellezza, nell’Oasi Majella Orientale, si trova a pochi passi dalle famose grotte del Cavallone, luogo immortalato dal Vate D’Annunzio che vi ambientò la tragedia della Figlia di Jorio.

Da non perdere in centro, la parrocchiale cinquecentesca di San Nicola con il suo bel loggiato.
È una parte d’Abruzzo, dove leggende e tradizioni si tramandano nei secoli.

Secondo un’antica credenza, tramandata oralmente dai vecchi abitanti del paese, le gigantesche rocce che si ergono tortuose e dolenti dal terreno, nel cuneo che porta al grande anfratto della grotta, erano mostri pietrificati.
Questi animali popolavano il pianeta prima della comparsa degli uomini.

Una di quelle pietre mastodontiche prese la forma di un enorme cavallo, simbolo di libertà e di una natura che non cede alla dominazione degli esseri viventi.
Da qui il nome dato al complesso ipogeo del “Cavallone”.

Sono soprattutto sacre le storie incredibili che ruotano intorno a questo paese dal sapore leggendario.

Una di queste narra di una statua, neanche molto pregiata, dedicata alla Madonna della Misericordia, un’opera in stucco dipinto del secolo XVIII, attribuibile a una bottega di maestri lombardi che da queste parti e ancor più nella vicina Taranta Peligna, hanno lasciato più di un lavoro artistico.

L’esemplare che oggi si conserva nell’abside della chiesa dei Minori Osservanti di Lama non sarebbe neanche originale ma una brutta copia di una statua lignea andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La particolarità è che questa statua sarebbe miracolosa.

Anzitutto si rifiuterebbe di uscire dalla sua nicchia e poi da quel posto, dove si trova, sarebbe in grado di proteggere il paese.
Si narra che molti anni fa, nei giorni di festa a Lei dedicata, la Madonna fu portata dai Lamesi in processione.

Dopo pochi minuti si scatenò una tempesta d’inaudita potenza che scrosciò acqua in quantità paurosa dai valloni della Majella.
L’abitato era in serio pericolo.
La processione tornò indietro e quando la statua fu riposta nella nicchia, di colpo la tempesta scomparve.

Questa tradizione non è soltanto orale ma è riportata anche in un vecchio e interessante libro di Francesco Verlengia sulle tradizioni abruzzesi, edito nel 1958.

La singolare circostanza è che esisterebbe sempre a Lama, un’altra Madonna che invece ama circolare in lungo e largo nei paesini del comprensorio.
Parlo della Madonna dei Corpi Santi, raffigurata con mano un fiore e nell’altro braccio, ricurvo, il Bambino.

La statua veste di rosso con ricami in oro ed è coperta da un manto azzurro trapunto di stelle argentee.

La festa della Madonna si svolge nell’ultima domenica di agosto e accorrono fedeli da ogni parte della valle dell’Aventino.



La leggenda racconta che questa figura di Vergine era originariamente custodita nella chiesa di Montemoresco presso Torricella Peligna.
Da qui la statua era scappata e fu ritrovata, settimane dopo, in una piccola cappella nei soprastanti monti Pizii.
La statua camminò ancora per ricoverarsi nella chiesa madre di Gessopalena.

I gessani fecero grandi feste alla Madonna miracolosa, gioiosi che aveva scelto il loro paese come sua casa.
Si decretò una fiera da celebrarsi ogni anno in onore della Vergine.
La Madonna, inquieta però, tornò a camminare due anni dopo.
Fu ritrovata in un campo da un contadino di Lama dei Peligni.
In mezzo ai rovi pungenti vide il manto rosso della mamma di Gesù e il brillare dei gioielli con cui l’avevano agghindata gli abitanti di Gessopalena.
Così fu portata nella chiesa di Santa Croce, tra i mugugni degli abitanti dei borghi vicini che videro questa cosa come una sorta di furto perpetrato nei confronti di Gessopalena.

La Madonna non si mosse più da Lama e anzi pare che protesse il paese anche dal terremoto disastroso del novembre 1706 che abbatté gran parte dell’abitato e che nonostante tutto non fece un grande numero di vittime così come poteva far supporre l’entità della scossa tremenda.

La Madonna, secondo molti abitanti, ancora oggi benedice le nascite e i matrimoni, veglia infermi e moribondi, protegge i pastori.

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Come arrivare a Lama dei Peligni:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Chieti: Percorrere la SS 81 in direzione di Guardiagrele, proseguire sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Pescara: Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull'autostrada A 14 in direzione Bari, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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martedì 15 ottobre 2013

IUVANUM e PALLANUM: in viaggio tra leggende e storia

La piana di Santa Maria del Palazzo è un fantastico terrazzo naturale affacciato sugli aspri contrafforti della Majella Orientale nel chietino, equidistante da Torricella Peligna e Montenerodomo da cui si gode un panorama fantastico che spazia dal mare alla montagna.


In particolare quest’ultimo centro merita attenzione per le sue grandi mura fatte di enormi blocchi di pietra levigata, testimonianza mirabile delle origini italiche.

È un luogo ricco di acque, di prati e colture che dovette secoli fa attrarre gli uomini antichi tanto da crearci un insediamento civile e sacro.
Ancora oggi possiamo abbeverarci a un paio di fonti, dove attingevano acqua i Romani.
Una di queste, dedicata a S. Agata, era un tempo famosa tra le puerpere per le abluzioni alle mammelle che non avevano latte per i bimbi.

Oggetto ancora di scavi, i resti del municipio di Iuvanum, l’antica città frentana descritta con dovizia di particolari da Plinio Il Vecchio, si trovano qui, a 1100 metri d’altezza.

Il sito archeologico ha una doppia, grande valenza culturale e paesaggistica.
Le sue pietre hanno attraversato quasi trenta secoli di storia, lasciando molta della esistenza ancora da svelare.

Della città antica si conservano, dal VI secolo a.C., le aree sacre, con resti di due templi gemelli, il foro, il teatro, la basilica, le antiche botteghe artigiane e le strade originarie di accesso, lastricate con le pietre originarie.

In posizione spettacolare, dominata dalla Montagna Madre che pare abbracciarsi con gli attigui monti Pizii, l’area archeologica ha l’ingresso libero fino al tramonto ed è una vera chicca per gli amanti dell’antichità e per chi cerca la storia che si perde nella notte dei tempi.

L’area si visita lungo una minuscola stradina ben evidenziata e lastricata da pietre messe per coltello.

Ciò che resta dell’insediamento romano domina una valle punteggiata da filari di alberi nodosi e secolari che crea l’illusione di un mondo ovattato, dove i forti venti spazzano i prati in lotta con le faggete.


Un luogo appartato ma situato comunque a pochi chilometri dai centri abitati.
Non mancate di visitare l’attiguo Museo della Trasformazione del territorio.

Tornando indietro verso Casoli e il mare di Fossacesia nell’oasi marina dei Trabocchi, ci si può inerpicare verso un’altra area archeologica ancora più misteriosa e affascinante, detta di “Pallanum” per la sua posizione in cresta al monte Pallano, vetta minore di poco più elevata dei 1000 metri.

Grandiose mura megalitiche faranno sobbalzare tutti i sensi tra resti di fortificazioni immani di svariati metri di altezza e affascinanti dolmen che giacciono al cospetto di una superba vista panoramica.
Sono avanzi di mura formate da macigni poligonali enormi sovrapposti e messi insieme senza cemento.

Antiche leggende raccontano che questa fortificazione custodiva un grande tesoro ed era stata costruita dai “Palladini”, uomini enormi che, sui loro superbi omeri, trascinavano senza fatica le grandi pietre.
Si accede a quest’antico e affascinante sito da Bomba, il paese a picco sul lago, attraverso le indicazioni.

Si può terminare la giornata visitando il castello di Roccascalegna, uno dei più bei fortilizi abruzzesi, abbarbicato mirabilmente su di un masso roccioso.
Il maniero è dell’undicesimo secolo e vi affascinerà col suo aspetto arcigno.

Il manufatto vive di storie e leggende coinvolgenti come quella del barone Annibale Corvo De Corvis che nel seicento praticava il famigerato “ius primae noctis”.

Si raccontano anche storie dal sapore dell’incredibile come quella che vede protagonista una misteriosa carrozza priva di conducente che sarebbe trascinata da animali infernali che si paleserebbe ancora nella notte più corta dell’inverno, sfrenandosi in una folle corsa fuori dal borgo fino al cimitero, tra urla disumane e rumori assordanti.

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Il sito di Juvanum si raggiunge dalla costa attraverso la Val di Sangro sulla A14, direzione Casoli, strada Torricella Peligna (47 chilometri circa). Da Roccaraso e Pescocostanzo, il panoramico valico della Forchetta, poi Palena e Iuvanum a 38 chilometri. 
Si può soggiornare a Torricella all'albergo Paradiso cell 333 938 4180


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 11 ottobre 2013

A oriente della montagna Madre

Un fantastico transumare di nubi accompagna la magnifica salita alla Forcella.
Appena sopra il valico, il cielo diventa di piombo.
Come scogliera di Dio, la Majella che brilla sotto un raggio di sole diventa ancora più bella se possibile.

Inutile dire che questi luoghi sarebbero piaciuti un casino ad Arturo Bandini, il protagonista delle storie di John Fante, l’americano la cui famiglia è originaria di Torricella Peligna, da Nick ruvido abruzzese che lasciò la sua terra per emigrare con gli occhi gonfi di pianto.

I libri del John figlio di oriundo sono un must della letteratura di viaggio, racconti saturi di humour nero e vita di strada amara tra poche gioie e molti dolori.
Libri che raccontano la dura esistenza degli uomini d’oltre oceano che molto somigliano a quelli della montagna abruzzese dura, rocciosa, a volte inespugnabile di quest’area tra le più nascoste della regione verde d’Italia, dominata dalla montagna madre e dal fiume Sangro, padre dei corsi d’acqua abruzzesi e linea di confine con il Molise.

Sono luoghi del mistero, secondo la felice definizione del grande Benedetto Croce.

Niente di più vero, penso, mentre m’inerpico sulle alture e le strade tortuose che s’insinuano tra borghi sconosciuti come Borrello e le cascate più alte d’Appennino, quelle del Rio Verde, Rosello con la sua piccola foresta di rari abeti bianchi in un mondo che sa di scandinavo, Altino con i suoi boschi di faggio, Pennadomo, Montenerodomo e i resti archeologici del municipio romano di Iuvanum.

E mentre viaggi a bocca aperta colpito da tante sollecitazioni, le ombre e gli spazi di una giornata estiva insolita, meteo parlando, rivelano scorci inattesi sui paesi dell’Aventino e su di un parco, quello della Majella d’inusitata bellezza.
Bisogna comunque dirlo forte, la piccola economia di questi luoghi langue.

Qualche vecchio produttore di formaggi si è intestardito a continuare, qualche piccolo albergatore si da un bel daffare per stimolare le visite: un convegno su Fante, un’escursione a vedere i camosci, la fantastica scoperta del buco nel cuore della montagna, le cosiddette “grotte del Cavallone”, tanto amate da Gabriele D’Annunzio che ci ambientò la sua opera “La figlia di Iorio”.

Poco turismo inspiegabilmente, qualche camminatore, appassionato di natura, nulla più.
Chiedete al simpatico Guerino che gestisce un piccolo albergo a conduzione familiare, ereditato dal padre, dal nome che è tutto un programma, “Il Paradiso”.
Si mangia da Dio a prezzi più che onesti qui dove l’ospitalità è sacra!

Pasticceria sopraffina, specializzata in fiadoni d’Abruzzo, camere ultra confortevoli e cucina casereccia curata dalla moglie tra tartufi, funghi e formaggi incantevoli.
Se non fossimo solo noi di famiglia, i sacrifici di papà andrebbero a carte quarant’otto - mi dice amaro il buon albergatore.

Tutto intorno, borghi dimenticati da chi non conosce a fondo il territorio come l’affascinante Gessopalena con il paese medievale abbandonato e l’inedito museo del gesso.
Più in là verso il confine molisano e la gola della Gran Giara, nella Majella più dura lontana qualche curva, antichi abitati da rivitalizzare, magari con progetti di albergo diffuso per stimolare turismo.
Una finestra su mondi perduti e lontani.


Da nord e sud si raggiunge la Majella orientale, Torricella Peligna, Gessopalena con l'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, proseguire in direzione Colle Zingaro, Torricella Peligna percorrendo la SP 110. 

Per contattare l'albergo Paradiso 333 938 4180 -  0872 9694 01 - pagina Facebook a disposizione


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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