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domenica 3 agosto 2014

Il Carnevale degli ignorantelli a Teramo!

Davanti a tanti Carnevali pallidi, stonati, messi in piedi alla buona, con musica e qualche carro qua e là, risulta impossibile non tornare con la mente agli “Ignorantelli”.

Era il caratteristico gruppo di persone che, accomunate dalla passione per la musica, la goliardia e dotati di quella teramanità ormai scomparsa, rallegrava tutte le feste portando note di allegria e spensieratezza con la semplicità e genuinità tipiche del popolano.
Chi ha qualche anno in più, ricorderà il mix di frizzante, divertente, rinfrescante comicità infantile che nasceva spontanea da questo gruppo di amici.

Il gruppo, apparentemente sgangherato, disseminava il Corso di Teramo di gag improvvisate, surreali, sospese tra varietà, clownerie, mimo e cabaret in una combinazione irresistibile di vivace autoironia.

Come dimenticare gli improbabili strumenti grotteschi usati promiscuamente insieme a quelli reali?

Tra tamburi, trombe, ddù botte, urr urr, si celavano brocche, catini, piatti e divertenti “modifiche” a consueti oggetti di vita quotidiana, dove persino un carrozzino per bimbi o uno sciacquone avevano la loro funzione.
Il buonumore, la simpatia dei suoi componenti era trascinante, regalava sorrisi e spensieratezza.

Gli Ignorantelli sono sempre stata l’espressione più gigionesca e ironica di una città che un tempo era viva, che aveva voglia di ridere, che superava i problemi col sorriso, insomma, ciò che manca oggi a Teramo!

I nostri improvvisati attori, con la loro lucida follia trasmettevano l’idea di un universo sottosopra diviso tra intelligenti e sprovveduti in una fine autoironia delirante che manca a tutti noi.

Erano i personaggi della vita di tutti i giorni che sfilavano per le vie cittadine già dal lontano 1933, col fascismo al suo apogeo.

Non si poteva criticare il regime?
Ebbene, uomini come Ammazzalorso, Giulio Di Teodoro, per tutti “Giuggiù”, ebbero la felice intuizione di creare questa finta scolaresca di ignoranti a cui tutto era permesso, anche prendere in giro i governanti e i potenti dell’epoca.

Il compianto giornalista Tiberio Cianciotta, descriveva la maschera di “Giuggiù” mirabilmente: “… piccolo, il volto segnato dalle rughe, pochi denti a gocce, voce roca simile a Buscaglione …”.

Era questo personaggio uno dei massimi esponenti di quella scolaresca cialtrona che al sussidiario preferiva il piffero o l’organetto, la tromba e la musica.

C’erano tante altre figure come, Elio Cutini, Tonino di Eugenio, per tutti “Lu piagnuse”, quello che iniziava a piangere per scherzo, alla stregua del più famoso personaggio dei Brutos televisivi della
Rai e finiva per piangere davvero.

Tra singhiozzi e bicchieri di vino rosso, trascinava una carrozzella con pupazzo dentro.

Come dimenticare Esposito Damiano, per tutti “Tipo Tapo”, l’uomo snodabile che riusciva a piegare tutte le membra e che, davanti all’improbabile corteo con smoking, bombetta e bastone, dettava i tempi di marcia dirigendo, a fatica, l’accozzaglia di scolari sui generis.
A volte toglieva il copricapo, salutava il pubblico, assiepato ai lati del corso per farli diventare parte attiva dello show.

C’era “La caciola”, il piccolino dalle gambe esili che portava con orgoglio lo stendardo degli Ignorantelli.
Nel gruppo si distingueva anche uno slavo, armadio di oltre un metro e novanta, “Ivic” che parlava senza farsi mai capire.

Molti ricordano i suonatori della banda del maestro Fedele, che seguiva il gruppo degli Ignorantelli: Graziuccio al sassofono, Fedele a dare aria al bombardino, Matè alla tromba, Nerio il parrucchiere con l’ocarina, Michele Di Biagio con fisarmonica, flauto e trombone.

Non tutti potevano far parte del gruppo.
I componenti venivano scelti con perizia.

Si doveva essere geniali e strambi per poter partecipare a quei carnevali gioiosi e spontanei che fino agli anni ’60 e comunque fino alla morte di Giuggiù, hanno caratterizzato Teramo, convogliando folle di gente entusiasta e donando alla città grande notorietà.

Gli Ignorantelli furono ospiti di grandi carnevali a Francavilla al mare, San Benedetto del Tronto, Roma.
Furono invitati anche al circo di Moira Orfei.
Entrarono nell’arena e subito conquistarono il pubblico con le loro trovate burlesche.

È bello pensare che questi amici stanno festeggiando il Carnevale tra le nuvole.
Non dimentichiamoli perché faremmo torto alla cultura e alle tradizioni, autentico patrimonio aprutino.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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sabato 2 agosto 2014

La Madonna delle Grazie a Teramo

Chiunque si rechi a Teramo, non può esimersi da una visita al Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie, compatrona della città (insieme a San Berardo), punto di riferimento della vita cittadina, e nel quale i Frati Minori svolgono in tutta umiltà la loro missione di fraternità orante e operante.


Nel luogo ove esso attualmente sorge, esisteva anticamente (sec. XII) il Monastero Benedettino Femminile di S. Angelo delle Donne, costruito con la donazione di un tale Teodino, in suffragio dell’anima sua, secondo la formula allora in uso (come testimonia una lapide ritrovata nel corso della riedificazione del Santuario alla fine dell’800).

Ai primordi dell’Ordine fondato dal Poverello d’Assisi, nel tredicesimo secolo, i Francescani fecero la loro apparizione nel teramano, tanto che il primo convento francescano sorto a Teramo risale al 1227 e fu intitolato allo stesso fondatore, così come l’annessa chiesa, oggi comunemente chiamata di S. Antonio.

Nel 1400, secolo particolarmente doloroso per la nostra città, perché segnato da continue lotte fra le varie famiglie della città, fa la sua apparizione a Teramo Frà Giacomo della Marca, uno degli esponenti dell’”Osservanza Minorita”, la cui predicazione unita alla fattiva opera pacificatrice innestarono nei teramani il desiderio di avere fra loro una comunità dei “Frati Minori dell’Osservanza che in quel tempo si stavano diffondendo in Abruzzo grazie all’opera di un altro grande francescano, Giovanni da Capestrano.

Il 15 febbraio del 1449 i Frati Minori dell’Osservanza presero possesso della Chiesa e del Convento di Sant’Angelo delle Donne con i nuovo titolo di “Maria Santissima delle Grazie”, mentre le monache Benedettine furono sistemate in Sant’Anna, entro le mura della città.

Della stessa epoca, e per espresso desiderio di Giacomo della Marca, è la bellissima e miracolosa statua della Vergine SS.ma delle Grazie, scultura lignea, opera finissima di artisti aquilani (comunemente attribuita a Silvestro dall’Aquila).

Nella notte tra il 17 e il 18 novembre 1521 una luminosa apparizione della Vergine delle Grazie, insieme al protettore S. Berardo, sulle mura della città in direzione della chiesa delle Grazie aveva scompigliato i piani degli Acquaviva che assediavano Teramo, costringendoli ad una fuga precipitosa

Nel corso del XVI secolo le pubbliche cerimonie di pacificazione tra i partiti avvenivano “fuori la chiesa della Madonna delle Grazie”, e in una ennesima cerimonia, alla presenza del Vescovo e delle Autorità, nel marzo del 1559 fu istituita la “Festa della Pace” da celebrarsi ogni anno nella Domenica in Albis, l’ottava di Pasqua.

La Chiesa della Madonna delle Grazie fu ricostruita totalmente negli anni 1892-1900; del vecchio tempio è rimasto solo il campanile.
Il disegno architettonico, come gli affreschi interni, sono del celebre prof. Cesare Mariani di Roma.

La chiesa è di pianta rettangolare con l’abside nel fondo, con la cupola a calotta emisferica e tre cappelle per ogni lato, intitolate rispettivamente a S. Lucia, S. Antonio, Sacri Cuori, a sinistra di chi entra; all’Addolorata, alla Sacra Famiglia, a San Francesco alla destra.

La cappella dei Sacri Cuori di recente ospita il corpo del Beato Battista da Firenze.

Semicolonne corinzie sormontate da pilastrini scalanati sorreggono la volta della navata centrale divisa in tre scompartimenti a crociera in simmetria agli archi che formano le sei cappelle che la fiancheggiano.
Sotto la cupola nel centro vi è l’altare a confessione con quattro archi dove il baldacchino ottagonale custodisce la statua lignea della Madonna delle Grazie, un’opera di grande pregio e di rara bellezza.
Pregevole è da ritenersi la decorazione pittorica eseguita dal Mariani.

La volta della cupola rappresenta il cielo sovrastante la statua miracolosa della Madonna. Quattro spiriti celesti cantano le lodi di Maria, accompagnati da un orchestra di altri Angeli seduti.
Nelle nicchie circolari dei quattro pennacchi sono rappresentati quattro profeti: Mosè, Davide, Isaia e Geremia, ossia i profeti che avevano profetizzato della Vergine e del Divin Figlio.

Nel catino dell’abside, il Cristo Redentore siede sopra un fondo stellato, sorreggendo la Croce mentre guarda i fedeli che entrano nel tempio.
Alle pareti laterali sotto la cupola sono due grandi affreschi, che rappresentano due principali momenti della vita della Madre di Dio: la Natività, a destra di chi entra, e la Deposizione, a sinistra.

Nei tre scompartimenti a crociera dell’unica navata, ad eccezione del secondo smaltato di stelle d’oro come l’abside, sono dipinte figure di santi che in qualche modo hanno interessato il teramano o il Santuario: il Beato Tommaso, cardinale; S. Giacomo della Marca, il Beato Cherubino di Civitella del Tronto, Sant’Attone, nel primo scompartimento; S. Berardo, S. Michele Arcangelo, S. Benedetto e S. Francesco d’Assisi, nel terzo.

Le pareti delle sei cappelle laterali sono ornate con tappeti dipinti ad arazzo o quadri di artisti teramani, tra i quali “Il Martirio di S. Lucia” di Gennaro Della Monica e “Le tre Marie” di Pasquale Celommi.

Il 27 dicembre 1900 l’Arcivescovo di Lanciano Mons. Della Cioppa consacrò il Santuario appena ricostruito.
La sera del primo ottobre 1933 la statua della Madonna fu incoronata per le mani del Cardinale Alessio Ascalesi, nell’ambito dei festeggiamenti dell’VIII centenario di S. Berardo, Patrono della Diocesi.

Nel Santuario riposa, in un altare a lui dedicato, il Beato Battista da Firenze, frate minore.
Quando la madre entrò in un monastero di clarisse a L’Aquila, il giovane entrò in contatto con il mondo francescano e ne rimase affascinato al punto da decidere di abbracciare lo stato Religioso tra i Minori Osservanti.

Chiese ed ottenne di potersi ritirare dalla Toscana nel convento S. Bernardino di Campli, dove dimorò per molti anni dando testimonianza ai frati e ai secolari con la sua vita santa e dove morì il 9 marzo 1510 lasciando un tale odore di santità che i fedeli subito iniziarono a venerarlo.


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domenica 27 luglio 2014

La capitale della “Lega Italica" contro Roma e la sua basilica!

I paesi della piana di Sulmona hanno tutti una caratteristica: odorano buono di antico.
Mi riferisco a Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Corfinio e non solo.

Sono borghi dove il tempo è stato rispettato e i ritmi contadini ancora scandiscono l’alternarsi delle stagioni.


La loro storia secolare trasuda dalle pietre delle chiese e dei palazzi.

Questi abitati vetusti si estendono in mezzo ad ampi e suggestivi scenari montani che fanno da preziosa cornice all’indubbia ricchezza monumentale.

Per secoli questi luoghi hanno vissuto riccamente, grazie ai fiorenti commerci e alle produzioni artigiane di prestigio.

È stata, probabilmente, determinante la posizione geografica all’incrocio fra la via Claudia Valeria e il tratturo Celano- Foggia dei transumanti diretti al Tavoliere delle Puglie.

Qui si sviluppava la felice confluenza di sbocchi importanti fra la costa Adriatica da una parte e la Marsica con il napoletano dall’altra.

Era proprio lungo la piana sulmonese, che passava la nota “Grande Via degli Abruzzi”, arteria di collegamento commerciale tra le importanti città di Firenze e Napoli.

Corfinio è uno degli esempi più fulgidi di tanta importanza.

È un paese appartenuto agli antichi Peligni, compaesani del grande Ovidio che, nato nella vicina Sulmona, assurse agli onori più alti della poesia del suo tempo.

Questo è un paese di pecore, zafferano, vino e forse qualcuno oggi fatica a pensare alla grande importanza che rivestiva al tempo dei Romani.

Eppure parliamo della mitica capitale della “Lega Italica”, nella guerra contro la tirannia di Roma, la “caput mundi”, l’unione dei paesi ribelli che contrastavano l’egemonia crudele del popolo capitolino.
Nel “club degli eversivi” c’erano paesi importanti come Popoli, Tocco da Casauria, e gli altri villaggi sulmontini stesi nella piana custodita dai rilievi del monte Morrone.

Può aiutare il visitatore attento a capire tale importanza, la possente architettura della basilica valvense dedicata a S. Pelino con l’oratorio di S. Alessandro.

La cattedrale è composta dall’unione di questi due corpi distinti: l’oratorio rettangolare allungato con abside al centro, che corrisponde al capo croce di una chiesa incompleta, consacrata nel 1092 e la basilica dedicata a San Pelino e terminata nel terzo decennio del secolo successivo, restaurata nel 1235.

La chiesa maggiore appare imponente con tre navate e alti pilastri quadrangolari. C’è un arco a tutto sesto che immette nel transetto sopraelevato, coperto con volte a botte e a crociera.

Lo spazio interno è dal seicento in stile barocco. All’interno si ammirano begli arredi liturgici e uno splendido ambone del XII secolo.

Informazioni: 

Corfinio è un comune montano in provincia dell'Aquila, all'interno della conca Peligna, con poco meno di millecento abitanti. 
Fa parte del Parco della Majella.

Distanza da Roma circa 100 chilometri, da Pescara, circa 65, dall'Aquila, 55 e da Sulmona 10 chilometri.

Per arrivare:
In auto: Autostrada A25 Roma Pescara, uscita casello Pratola Peligna, girare a destra e tre chilometri dal casello
Strada statale 17 da Aquila o da Napoli.

In treno:  Linea L'Aquila Sulmona, stazione Raiano a tre chilometri da Corfinio.


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sabato 26 luglio 2014

La valle delle mille sorprese!

Uno dei più importanti crocevia di scambi e comunicazioni in Abruzzo, nell’antichità, era la famosa direttrice tratturale del Celano- Foggia.

I tratturi erano autentiche autostrade d’erba che venivano calpestate da migliaia di animali e centinaia di uomini transumanti.

Si snodavano nelle aree interne determinando vere e proprie arterie irrinunciabili per i commerci e le economie locali.

Il Celano- Foggia costeggia il versante settentrionale del bacino denominato del Fucino, una lunga piana che taglia in due l’Abruzzo interno, costeggiando per lunghi tratti la famosa Tiburtina Valeria, toccando luoghi poco conosciuti agli stessi abruzzesi, luoghi di fascino e di bellezza, ricchi di storia e tradizioni farcite anche da leggende tramandate oralmente.

Come definire, per esempio, l’imponente torre trecentesca di Aielli se non un capolavoro di manufatto antico?

E che dire del fascino che emana dalle rovine del castello di Ortona de Marsi o dalle pietre della cittadella fortificata di Pettorano sul Gizio, pochi chilometri da Sulmona, patria del poeta romano Ovidio?

O ancora il Castello di Beffi?



Nel meridione della conca peligna lungo il suggestivo altopiano insistono paesini secolari come Goriano Sicoli, Raiano e gli antichi fortilizi di Castevecchio Subequo e Castel di Ieri.
Quest’ultimo borgo, scenografico con il suo castello a dominare l’abitato, annovera a pochi
chilometri un interessante santuario precristiano.

Numerosi scavi hanno fatto riemergere resti di un tempio dedicato a una divinità minore della fertilità, ma, giova dire, che sono ancora molte le zone circostanti che potrebbero essere oggetto di riesumazioni capaci di regalare oltre a reperti, anche squarci di luce sulle storie dei popoli italici che sono transitati attraverso le valli abruzzesi.

La vallata subequana nasconde altre importanti emergenze storiche e ambientali.
C’è da visitare il piccolo santuario della Madonna di Pietrabona e c’è da scoprire antichi e minuscoli abitati pastorali, oggi in gran parte intatti com’erano ai tempi d’oro della transumanza quando all’epoca della dominazione aragonese, il passaggio nei tratturi era disciplinato da leggi con pagamenti di dazi e possibilità di ricovero per pastori e bestie nelle famose chiese campestri disseminate lungi i percorsi.

Non lontano dalle gole di San Venanzio, l’abitato di Goriano era il punto di sosta per tutti i viaggiatori nell’antico insediamento di “Statulae”.
Questo è il paese della grande tradizione dei riti dedicati a Santa Gemma, patrona del paese e sfortunata ragazza che, non avendo ceduto alle proposte oscene del signorotto di turno per salvaguardare la verginità, perse la sua giovane vita.

Da non perdere anche la visita all’antica città romana di “Sueraequum”, oggi Castelvecchio Subequo, terzo municipio romano dei Peligni, dopo Sulmona e Corfinio.
Qui l’incastellamento è molto evidente con edifici d’interesse architettonico
arricchiti da eleganti bifore e portali classici.

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Come raggiungere i paesi della valle Subequana, Castel di Ieri e Castelvecchio: 

Da Roma est prendere la A24 Roma-L’Aquila; allo svincolo direzionale di Torano, dopo l’uscita di Tagliacozzo, imboccare la A25 per Pescara e uscire ad Aielli - Celano (101 Km dal raccordo anulare). 
Prendere la statale a sin. in direzione di Collarmele e seguirla sempre fino a Castel di Ieri, superando Collarmele e il solitario, affascinante valico di Forca Caruso (1100 m) (circa 30 Km dall’uscita di Aielli - Celano).

Da nord e dalla fascia adriatica: raggiungere Pescara con la A14 e prendere la A25 in direzione Roma; uscire a Pratola Peligna - Sulmona (circa 50 Km. da Pescara). 
Seguire i cartelli in direzione di Raiano (prima a ds., subito dopo a sin. e poi ancora a ds.); attraversare l’abitato di Raiano in direzione di Castelvecchio Subequo, superando la selvaggia e bellissima Gola di San Venanzio; dopo Castelvecchio la statale raggiunge in breve Castel di Ieri (circa 20 Km dall’uscita di Pratola).



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domenica 20 luglio 2014

Agriturismo "Il Contadino" a Mutignano di Pineto

Premetto subito che l'Agriturismo "il Contadino" è tra i miei preferiti per l'ottimo rapporto "qualità prezzo" e l'ho specificato in una recensione su Tripadvisor

Dalla Nazionale Adriatica nei pressi di Pineto si imbocca la strada per Mutignano e si sale su per la collina.
Il ristorante si trova in contrada Fonte Antica, in una zona non facilmente rintracciabile a causa della scarsità dei segnali stradali e indicazioni pubblicitarie.

Come spesso accade in certi locali ci si arriva grazie al passaparola, alla comunicazione entusiasta di chi già c'è stato piuttosto che invogliato dalla pubblicità tradizionale.

Personalmente l'ho scoperto l'anno scorso ed è ormai diventato un appuntamento importante delle vacanze agostane ... una meta a cui è impossibile rinunciare.

Il menù inizia con diversi antipasti.

Insaccati vari


Formaggio Pecorino


Sottaceti


Piatto tipico teramano :
Li fuje strascinite (Verze) con fagioli


Bruschette con pomodorini freschi


Agnello cacio e ovo, tipica pietanza della cucina teramana e abruzzese


Il tutto accompagnato da alcune deliziose e fragranti frittelline


I primi piatti che abbiamo degustato sono stati due.

Ravioli ripieni di spinaci e ricotta conditi con funghi, piselli e carne macinata


Spaghetti alla chitarra conditi con sugo di pallottine di carne.
E' certamente il piatto tipico più importante della cucina teramana.
In questo caso è consigliabile dotarsi di una frittellina perchè la scarpetta finale al piatto è un rito irrinunciabile per noi buongustai "magnoni".
La pulizia del piatto intinto con un sugo così buono ripulito con la frittellina è il degno assolo finale della chitarrina.


Come per i primi anche i secondi piatti arrivano in "coppia" ... nel senso che ne sono due.

Pollo arrosto accompagnato da patate al forno



Arista di vitello con una fresca e fragrante insalata come contorno



Per chiudere il pranzo ecco servita la "pizzadogge" ... la pizzadolce, tipico dolce della cucina teramana, realizzata con pan di spagna farcito con crema al limone e crema al cioccolato a strati.


Il pranzo "ottimo e abbondante" si chiude con caffè e liquore a scelta tra un limoncello e un amaro ... la mia preferenza è andata all'amaro (un Ramazzotti in mancanza dell'Averna)



I titolari dell'agriturismo Il Contadino permettono l'ingresso dei nostri amici a quattro zampe.

Importante che se ne stiano buoni buoni insieme ai loro padroni e non vanno in giro per la sala.

Anche per loro "è festa" grazie all'abbondanza del cibo servito e Tequila, oltre a pollo e arista di vitello ha molto gradito anche la frittellina

E dopo il pranzo possono scorazzare liberi fuori dal ristorante nell'attiguo giardino e tra le piante di noci e di fichi

L’eremo del santo martire e la pietra miracolosa

Le alte sponde rocciose dell’Aterno, alle falde del monte Mentino, sorreggono nel punto più selvaggio il complesso cenobitico in cui visse il santo martire Venanzio.
Siamo ai margini della Riserva Regionale del Velino Sirente.

È l’oasi naturale delle gole che prendono proprio il nome dell’asceta che visse non lontano da Raiano, borgo famoso per la sua nota sagra delle ciliegie.

La produzione di questo frutto qui è di alta qualità ma l’evento è ricco soprattutto di tradizioni, folclore e spettacolo con la sfilata di carri allegorici.


Il santo, originario di Camerino, nelle Marche, giunto fin qui, nel profondo delle gole trovò rifugio e contemplazione.

Tornato al suo paese per quietare i tumulti dei cristiani perseguitati dal prefetto Antioco sotto Decio Traiano, fu condannato a morte.
Precipitato da una rupe rimase illeso per miracolo, genuflesso in preghiera.

Gli sgherri agli ordini del prefetto presero allora a colpirgli la testa con un grosso masso che al contatto del santo si sciolse come cera lasciando l’impronta del viso.

Pare che dopo diversi tentativi Venanzio fu martirizzato con il taglio della testa.

Siamo a circa quindici chilometri da Sulmona e a soli tre chilometri dall'antica Corfinium, nell'estrema parte occidentale della Valle Peligna.

L’edificio si erge sopra le fredde e spumeggianti acque del fiume in una magnifica posizione nel cuore di un’oasi verde incastonata tra brulle pareti.

Il terremoto disastroso del 2009, ha fatto dei danni per fortuna non irreparabili e tutti attendono che questo luogo sacro sia riparato.

La parte posteriore di questo spettacolare eremo è probabilmente la più antica che risalirebbe al XV secolo.



Notizie di San Venanzio in Raiano le troviamo comunque già nel XII secolo grazie ad alcune Bolle papali ma, da alcuni elementi architettonici e per gli affreschi di sacrestia si può affermare con relativa certezza che il primo impianto è del quattrocento.

La chiesa fu poi ampliata alla fine del XVII secolo.

L’interno è a pianta rettangolare ed è coperto con volte a botte, affrescate dopo la seconda guerra mondiale, da due pittori, Savino Del Boccio e Antonio Vaccaio che così vollero ringraziare Dio per aver decretato la fine del cruento conflitto.

C’è un corridoio, a destra dell’ingresso centrale, fiancheggiato da piccole celle eremitiche che porta alla minuscola cappella delle Sette Marie.

L’insolita stanzina custodisce un “Compianto” cinquecentesco, che artisticamente in alcune parti ricorda la grande opera che si ammira a Bologna.

Anche questa è in terracotta policroma e il Gagliardelli la realizzò nel ‘500.

Si tratta di una scultura costituita da più statue e un coro di cinque angeli pendenti.

Oltre alla bellezza del luogo dove giace l’antico romitorio, il fascino è notevole anche per gli ambienti interni che sono deliziosi.
C’è, ad esempio, il “Sancta Sanctorum”, in prossimità della Scala Santa che veniva utilizzata dall’anacoreta Venanzio per salire nella sua celletta che conserva nella pietra l’impronta del suo corpo.

La leggenda dice che al passaggio del santo, la corrente del fiume si arrestava ed egli non si bagnava i piedi
Nel muro opposto si può scorgere ciò che resta di un affresco antichissimo raffigurante la testa di Santa Caterina.

I fedeli, ancora oggi, si coricano sula roccia dove ci sarebbe l’orma del corpo disteso di Venanzio nell’eterna convinzione di potersi curare i dolori reumatici e addominali, le cefalee e il mal di reni.

Dopo essersi strofinati, devono anche risalire in ginocchio i gradini della Scala Santa, scavata nella nuda roccia con un cunicolo stretto e recitare ogni gradino un Ave Maria.

È noto che la credenza popolare nelle virtù risanatrici delle pietre è generale quasi dappertutto in Abruzzo.

Sono usanze che ricordano quelle di alcuni paesi musulmani del Cairo dove i devoti si stropicciano ancora contro le colonne della moschea.

È come un piccolo oceano di sensazioni quello che attraversa la mente del visitatore tra leggende, spiritualità e tradizioni.
Si ha la sensazione di navigare nelle acque impetuose del fiume come pellegrini stupiti in un mondo fiabesco di storie.

Come arrivare: 
 A24/A25 RM-PE uscita Pratola Peligna-Sulmona.
Proseguire in direzione Raiano da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ direzione A25/ Raiano


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sabato 19 luglio 2014

La torre di Montegualtieri

Insieme all'antica torre di Sutrium, presso Bussi, la torre di Montegualtieri di Cermignano, in provincia di Teramo rappresenta un raro esemplare di torre a pianta triangolare in Abruzzo.
Dalle foto gentilmente concesse dagli amici di AEROMAPPE si apprezza la singolare forma, poco diffusa.

Percorrendo in discesa la Via del Torrione del ridente paesino di Montegualtieri, si può scorgere questo manufatto a forma di triangolo che si protende verso l’alto e che raggiunge un’altezza di circa 18 metri, fondendosi perfettamente con l’ambiente che la circonda.

La torre si erge in 18 metri di altezza da un robusto basamento a scarpa costruito di roccia sedimentaria di detriti sabbiosi, cementati tra loro dall’argilla, ed è rafforzato da rinforzi in mattoni; la cima è conclusa dal tipico impianto a sporgere su mensole a forma di becchi coronato da una serie di merli posti a intervalli regolari con grande cura per quanto riguarda il profilo costruttivo.

La torre fu sicuramente eretta come struttura di avvistamento e controllo sulla Valle del Vomano in epoca medioevale (fine XIII, inizi XIV sec.) e prende il nome, come il borgo intorno, da un duca Gualtieri che ne fu il possessore.


Posta su un costone roccioso, potenziata da contrafforti in mattoni, a dominio di un vasto territorio, costituiva un punto di riferimento valido nel sistema di avvistamento dell'intera vallata.

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(Suggestive foto con riprese aeree droni di AEROMAPPE telefono 3463217492.
Con droni radiocomandati è possibile effettuare scene mozzafiato come un film
e ogni tipo di riprese dall'alto per turismo, pubblicità, cultura ecc.ecc.
Un servizio ideale per spot pubblicitari, presentazioni aziendali, video matrimonio, rilievi)

Informazioni: 
 Municipio tel. 0861-66494
Come arrivare:
 A14 uscita Roseto; SS. 150 direzione Villa Vomano da Napoli: A1, uscita Caianello; seguire le indicazioni per Roccaraso/Sulmona, A25, A14


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