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sabato 19 ottobre 2013

L’abbazia fortificata sul fiume Nora: la badia di San Bartolomeo

“Nuvole senza pioggia, portate via dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati. Astri erranti, votati all’oscurità delle tenebre eterne”. (Giuda 12-13)

Il cielo azzurro è striato da vapori bianchi.
Se non avete mai giocato con la forma delle nuvole, allora non siete mai stati bambini.
Io ci gioco anche da adulto.
Il passaggio delle nubi dona libertà alla mente, ai pensieri fragili ma lucidi, sottili come lame, ai pensieri scarnificati, sfrondati dell’inutilità delle cose.

La vallata del fiume Nora, alla confluenza con il Rio de Vito in territorio pescarese, al margine orientale del massiccio del Gran Sasso e a poca distanza dall’immensa piana del Voltigno, luogo ideale di pascolo, è quanto di più verde e boscoso si possa immaginare.
Eppure ogni volta che ci arrivo mi sento turbato.

Qui c’era una meravigliosa abbazia che per colpa di alcuni empi e dissoluti dagli atteggiamenti morali impuri, non riuscì a dare alla vallata un segno più profondo dell’esistenza di Dio.

Lo stemma di Carpineto con i tre alberi sormontati da un alto monte è il giusto biglietto da visita per un paese che, un tempo, sorgeva nel mezzo di un bosco di carpini.

La foresta intorno era così importante che nello stemma del comune e nella pietra bianca esagonale che fa da piedistallo al battistero della chiesa parrocchiale di San Rocco e Agata, trova posto un albero scolpito tra il Vangelo e l’aquila.

Il convento fortificato di San Bartolomeo rappresenta di per sé un valido motivo per arrivare fin qui.

A sorprendere il turista c’è anche uno splendido borgo dalla caratteristica architettura in pietra e altri piccoli villaggi completamente o quasi abbandonati, rimasti per gran parte intatti nel tempo.
Vicoli, ad esempio, é un minuscolo nucleo di case, antico insediamento romano a quasi mille metri di altezza, a strapiombo sul fiume Nora con angoli di gran fascino e i ruderi di un castello diroccato che
domina il borgo silenzioso.

Tornando a San Bartolomeo, la badia si trova a circa tre chilometri da Carpineto su di uno sperone roccioso al centro di un imponente anfiteatro di montagne.
Il 25 agosto, nella festa dedicata al santo, si svolge una bella processione dal paese all’abbazia attraverso un percorso naturalistico notevole.

Sembra che l’insigne abbazia benedettina, sorta nel decimo secolo, fosse stata costruita dal Conte di Penne, Bernardo che, ammalatosi gravemente, pensò di ingraziarsi Dio iniziando la costruzione nell’anno 962 di questo tempio da edificare a gloria del suo nome.
Il luogo sacro fu anche fortificato con poderose muraglie a sfidare gli elementi della natura.
Oggi non resta nulla delle antiche colonne.
Il complesso divenne famoso e fu arricchito da una reliquia importante: l’omero del braccio destro di San Bartolomeo le cui spoglie erano state trasferite dalle isole Lipari a Benevento.

Seguirono anni di grande prosperità per questo scrigno di arte e cultura che influenzò tutti i centri della valle tra cui la fiorente Brittoli e l’antico centro degli Equi, Civitaquana.

Furono memorabili le vicende raccontate da un monaco, Alessandro, che sotto il pontificato di Celestino III, scrisse le sue “Cronache” su grandi personaggi dell’epoca e le loro nefande vicende di guerra in Terra Santa.
Era il Marco Travaglio dell’epoca!

Gli scritti probabilmente, insieme a fenomeni di eresia “gnostica” di alcuni che esaltavano la supremazia dell’intelligenza al di sopra del divino, decretarono la fine di questo baluardo di civiltà.

L’annessione alla grande abbazia di Civitella Casanova, con più di cinquecento monaci in stretta dipendenza dei religiosi casauriensi, nel 1258, fece perdere a San Bartolomeo la propria autonomia,
decretando il progressivo declino.

Il monastero ospitò per diversi anni il monaco Erimondo, grande miniatore i cui codici sono noti a tutti gli studiosi. Nel centro di arte e cultura visse anche Marcantonio Casanova, abate che realizzò epigrammi contenenti aspre critiche al papa Clemente VII.

Il pontefice, dopo averlo conosciuto, rimase così colpito dalla sua inquietante personalità da perdonarlo per averlo deriso.
Incontro qui il mio amico Armando Florio.
È un uomo innamorato di questo luogo sacro.
 Quando penso a lui penso ad un grillo di un’energia irrefrenabile che a volte gli fa mangiare anche le parole.

Ha un sorriso dolcissimo e lo sguardo, dietro all’occhiale, spesso brilla.
Mi apre con gioia la sua casa.
Mi regala anche un bellissimo libro sull’abbazia.
Insieme poi andiamo a visitare il gioiello senza tempo.
La chiesa, dopo i recenti restauri, si presenta in ottimo stato.
È una costruzione semplice e austera, realizzata con blocchi di pietra locale.
Ricorda Santa Maria d’Arabona.

Sono subito colpito dall’armonia visiva trasmessa dall’abside rettangolare con lo splendido rosone, vengo anche accolto da un portale in pietra di rara bellezza scolpito riccamente con animali, tralci e foglie d’acanto intrecciate.

L’interno è maestoso e inquietante nella sua semplice bellezza, a tre navate separate da archi a tutto sesto.
Mi piace la scultura di una mucca in pietra che allatta il suo vitellino.
Un altare, apparentemente spoglio, a uno sguardo attento mostra originali piccole colonne scolpite finemente con teste di animali.

Ovunque si notano figure di uccelli, quadrupedi e mostri dalle curiose forme.
Troneggia anche la figura dell’Agnello con la croce.
Non perdere la cripta, ammonisce l’amico, conducendomi attraverso uno stretto corridoio.

Chi ha buone gambe, dopo aver ammirato questo capolavoro di arte sacra, potrà salire come faccio io verso il monte Fiore, balcone privilegiato sulla valle del fiume Nora, il Gran Sasso e la piana del Voltigno.

L’ascesa è agevole.
Il saliscendi non è complicato, il piccolo labirinto di strade sterrate non crea grossi problemi.
In cima la vista ripaga dello sforzo.

Tra un sipario e l’altro di nubi compare la cresta di montagne millenarie.

Le pietre lontane, appese a precipizi sembrano parlare.
Decido di accettare l’ospitalità di Armando.
Domani sul presto visiterò il borgo in pietra semi abbandonato di Corvara.
Mi arrampico in cima al passo.

Le curve tortuose mi entrano nella mente.
I due centauri, che sfrecciano a lato della mia auto, mi fanno pensare a “Easy Rider” film manifesto della controcultura americana. Si srotolano davanti agli occhi le immagini dell’inizio della pellicola: i motori accesi, Peter Fonda che getta a terra l’orologio, lancia lo sguardo a Dennis Hopper e, via, verso l’infinito.

“Fa correre il motore a testa bassa, cerca l’avventura, cattura il mondo in un abbraccio d’amore”.
Che bella “Born to be wild” degli Steppenwolf!
Credevate non l’avessi dentro il porta cd?
È un magico inno al viaggio come ricerca della libertà!
Ora, lasciatemi cantare!

Attraverso una “compilation” infinita di tonalità grigiastre, mischiate al verde e al marrone. Scorgo il bianco e nero juventino delle pecore e dei cani pastori che vagano come anime abbandonate.

Spesso vedo grandi fenditure marrone scuro nelle rocce e drammatiche pareti verticali.
I colori sono così vivi che sembrano ritoccati.
Chissà perché la mente mi porta all’opera di Munch, il maestro espressionista con il suo capolavoro de “L’urlo”.
Forse perché qui ci sarebbe davvero da urlare un evviva al Creatore.

Tutti noi creiamo un quadro della nostra vita, vorremmo che le cose si adattassero perfettamente ai nostri desideri.
Poi, ogni mattina controlliamo che il nostro quadretto sia uguale al giorno prima e lottiamo tutte le ore perché nessuno ci dia una pennellata non prevista.

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Raggiungere Carpineto e la badia attraverso A14, poi direzione Pescara Ovest/ Chieti, A24 per L'Aquila, A25 per Roma, S.S.81 direzione Penne, svoltare S.S602 e percorrerla fino allo svincolo per Carpineto della Nora (S.P.33).
Da Pescara percorrere la S.S.16 direzione Chieti, poi indicazioni per Penne, Cepagatti e svincolo per Carpineto.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 18 ottobre 2013

L’eremo nascosto della Madonna dell’Altare

"L'ora più solare per me, quella che più mi prende il corpo, quella che più mi prende la mente, quella che più mi perdona, è quando tu mi parli". (Ada Merini)

Sono milioni.
In apparente stato confusionario si muovono brulicando e trasportando un’incredibile massa di aghi di pino per costruire nidi a cupola dove ospitare le famiglie.

Perché le formiche, ne sono convinto, hanno il culto della famiglia forse più dell’uomo.

È un movimento convulso che visto da vicino, può causare stress.
Eppure a me questo incedere forsennato e senza apparente senso, dentro e fuori il buco del formicaio, mi rilassa e quasi mi trasporta in un’altra dimensione.
Immagino una grande danza di massa, dove quest’incredibili insetti laboriosi si muovono sincronizzati al secondo.

Tutti volteggiano incessantemente senza curarsi di me, ignorandomi a più non posso.

Ricordano il meccanismo di un orologio svizzero e fanno percepire la magica illusione di un grande e unico essere vivente o di una società dove ognuno è parte dell’altro.

È la magia di un mondo perfetto che non esiste se non nei nostri sogni più nascosti.
Guardo l’orologio e mi accorgo di aver trascorso quasi quindici minuti ad ammirare questa fetta di ecosistema forestale.

Non sono lontano da Palena, paese della Majella orientale dominato dalle rocce del versante settentrionale del monte Porrara, elegante vetta che chiude a sud il crinale del complesso.

Abitato antico questo, gravemente danneggiato durante gli scontri tra alleati e tedeschi, nell’ultima guerra.

È per fortuna sopravvissuta alla distruzione e le cannonate nemiche, la settecentesca chiesa del Santo Rosario con la statua cinquecentesca della Madonna con bimbo.
Nel bombardamento fu distrutto il bellissimo castello dei duchi di Caramanico.
Oggi quello che si vede è una brutta copia dell’originale edificio.

La splendida faggeta che porta in otto chilometri al santuario della Madonna dell’Altare è un ambiente spettacolare e selvaggio.
La pittoresca costruzione è a 1272 metri di altezza.

All’inizio della sua lunga vita eremitica, dopo giorni trascorsi nei pressi di Castel di Sangro, Pietro da Morrone, il papa Celestino V, attraversò la zona degli altipiani e scese nella valle dell’Aventino.
Era il 1235.

Il santo rimase quasi tre anni in una grotta scavata sotto di un enorme masso così angusto da doverci stare in ginocchio o disteso.

Il santuario fu poi elevato intorno al XVI secolo per opera dei Celestini giunti da Sulmona a ricordare la presenza in questo luogo del loro fondatore.

I religiosi tennero il luogo sacro e il piccolo convento fino al 1807, anno in cui l’ordine fu abolito.
Allora una facoltosa famiglia del luogo, i baroni Perticone, provvidero a tenere in piedi l’eremo donandolo negli anni ’70 al comune di Palena.
Il nome della Madonna dell’Altare prende spunto dalla roccia su cui è poggiato l’eremo in pietra che fa pensare proprio a un grande altare.
Vado via da questo luogo a malincuore.

Qui regna pace e serenità.
Oltre il bivio dove ho lasciato l’auto, la statale sale al bellissimo e roccioso valico della Forchetta da dove la vista spazia sulle prime propaggini su uno dei più begli altopiani, quello delle cinque miglia.

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Per Palena:
Autostrada A24 uscire a Sulmona e proseguire in direzione Roccaraso – Napoli. Prima di arrivare a Roccaraso girare a sinistra in direzione Palena, Pescocostanzo e proseguire fino alla stazione di Palena. 
Arrivati alla stazione di Palena passare i “Valico della Forchetta” e proseguire in direzione Palena.
Oppure:
Val di Sangro, Casoli, Lama dei Peligni, Lettopalena.
Il santuario è a otto chilometri. 

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giovedì 17 ottobre 2013

Maria e il Paradiso di Tocco

“Stimo, ch’il ciel m’inestasse amore d’eleggere per mia stanza un Paradiso.
A ciò dal mondo fosse più diviso per unirmi via più col mio Signore….
Pongo però nel tempo che m’avanza pria che l’alma si spogli del suo velo nel vero Paradiso ogni speranza”. (Su di una porta del convento)

Era il 1470 quando un gruppo di frati Minori della Regolare Osservanza arrivò fin sulle pendici del Monte Morrone, alla ricerca di un eremo dove condurre una vita ascetica fatta di rigore, privazioni e preghiera.
 Ai viandanti dovette sembrare proprio il paradiso quel piccolo tempio dedicato alla figura di San Flaviano.

Erano seguaci di Giovanni da Capestrano e avevano collaborato con il santo guerriero che girava in lungo e largo l’Abruzzo tra una battaglia e l’altra, a edificare conventi francescani.
Il frate battagliero era stato anche a Campli, dove aveva creato nella piccola piana di fronte al borgo farnese, il convento di San Bernardino arricchito, dopo la morte del fondatore, di un grande ciclo di affreschi dedicato alla sua imponente figura ancora visibili nel chiostro desolatamente abbandonato alla violenza del tempo.

Nel corso dei secoli l’eremo angusto assunse proporzioni ragguardevoli fino agli albori del seicento.
Ciò è testimoniato dalla data 1604 incisa sull’architrave della porta d’accesso al porticato superiore.

Nel bosco che oggi circonda il luogo, sul lato ovest c’è un gigantesco albero di lauro di forma circolare intorno ad un tavolo in cemento, piantato secondo la tradizione proprio dal seguace di S.Francesco.

Qui si raccoglievano in preghiera i religiosi, sul far della sera, per recitare i “vespri”.
Il convento non ebbe vita facile; subì due soppressioni, la napoleonica del 1811 e quella del governo italiano nel 1866.
Oggi, il visitatore che, attraverso la Tiburtina Valeria Claudia che unisce Roma a Pescara, giunge nel borgo di Tocco da Casauria di fronte, simile ad un bastimento immerso nel cupo verde della piccola foresta, scorge il maestoso edificio religioso di Santa Maria del Paradiso.

Pochi si inerpicano sulle pendici del colle per visitarlo.
Molti preferiscono aggirare la collina per andare a vedere la piana dove grandi pale eoliche girano le loro teste di ferro.

Gran parte dei turisti, poi, fermano la loro attenzione sulla splendida abbazia di San Clemente a Casauria nel fondo valle che più che un edificio religioso appare quasi come un palazzo con il suo portico a tre archi, l’ampio atrio, i portali ornati da sculture.

All’interno del complesso edificato dall’imperatore Ludovico II nel 871 e ricostruito nel XII secolo, tutti vogliono ammirare il grande ambone a cavallo tra romanico e gotico cistercense, l’elegante candelabro cosmatesco con l’edicola a due piani, il singolare altare maggiore costituito da un sarcofago paleocristiano e la cripta antichissima.

Eppure il convento di Tocco, alto sul colle a dominare la valle e le gole del Pescara merita una visita. Basta guardare, ad esempio, il chiostro rettangolare con archi sovrapposti che conferiscono all’insieme una veste severa.

Lungo le pareti, nell’arco delle lunette corrispondente alle arcate e alle crociere, sono visibili begli affreschi con episodi della vita della Madonna, della Natività e della Passione di Cristo.

Sono opere realizzate da ignoti pittori di scuola abruzzese con grandi capacità nell’uso dei chiaroscuri e delle prospettive.
Peccato che spesso il complesso sia chiuso a causa dell’impoverimento delle vocazioni.

Sono fortunato questa volta.
Il frate mi accoglie con l’aria di chi non ama immensamente vedere i forestieri.
Quando gli dico di essere un terziario francescano con trascorsi di Consiglio Regionale laico e di conoscere molti suoi confratelli, il sorriso si apre su di una bocca dall’impalcatura carente di denti.

Mi racconta del povero superiore, frate Virgilio, scomparso da poco, mi chiede di Padre Claudio, racconta di frate Candido che ora gira sempre l’Abruzzo e che spesso è nel convento della Madonna delle Grazie a Teramo perché è il centro più importante rimasto aperto.
Mi chiede se lì ci si trova bene il suo amico Padre Pio.
“Siamo ormai pochi” si schernisce.

Mi porta poi nell’improvvisato bar e, mentre carica la sua bella moka, mi dice che il caffè fa parte della liturgia d’accoglienza.

Non oso chiedergli se da solo si alza alle cinque per le orazioni o, al contrario, se ne strafrega beato.

Se trascina gli zoccoli per dire messa nella chiesa che presumo sia poco frequentata nei giorni feriali o se abbia legami forti con la comunità del paese.
In compenso scopro che ha l’artrosi e, purtroppo, anche l’alitosi.

“Vuoi un altro goccio di caffè, magari con correzione? – ecco la battutaccia – abbiamo tutti bisogno di correzione”.

Sarebbe interessante una visita all’antico refettorio dei frati.
Non tanto dal punto di vista architettonico dato che è reduce nel 1979 di un restauro di dubbio gusto, quanto per le tele dedicate alla Annunziata.
Dal chiostro si accede poi alla biblioteca conventuale dalle ampie volte a botte formate da blocchi di tufo.

Ma il vecchio religioso è restio a introdurmi fin là, soprattutto quando gli dico di aver visto tutte le sale qualche anno prima.
Deve aver capito che voglio scattar foto dal borsone che ho con me.

Quella volta che visitai il convento di Capestrano, riuscii a infilarmi dentro la grande biblioteca e vidi addirittura gli scritti di San Giovanni, dei meravigliosi codici miniati e degli incunaboli antichi.
Qui pare debba rinunciare.
Il rito d’accoglienza manca di un degno finale.
La creazione di questo angolo di cultura risale al secolo XV.

Peccato che nel 1811 per Ordine Regio molti dei codici, dei volumi preziosi, degli incunaboli del ‘500 furono trasportati a Napoli, nella grande Biblioteca Nazionale.

La piccola chiesa è in stile gotico rinascimentale e accoglie il visitatore con un bel portale in pietra contenente una lunetta affrescata nel ‘500 che ritrae la Madonna oggetto della devozione, ai lati, di San Francesco e San Giovanni Evangelista.

Nell’interno, prima di ripartire, mi soffermo beato, a guardare il bel coro ligneo di stile gotico con diciassette stalli.
Fuori il piazzale scorrazzano indisturbati e felici un cane e un gatto insolitamente amici.

Sono sempre stato convinto che gli uomini di Dio sanno sceglier bene i posti dove avvicinarsi al Creatore.

Per raggiungere il convento e Tocco, percorrere la Tiburtina Valeria Km.190, bivio Tocco da Casauria. 
A25 Roma- Pescara: 
Uscita Torre dé Passeri Casauria se provenienti da Pescara.
Uscita Bussi sul Tirino se provenienti da Roma  

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mercoledì 16 ottobre 2013

Il miracolo di Serra!

Nel borgo antico di Serra a Rocca Santa Maria, immerso in bellezze naturali, boschi e vallate, grazie all’impegno dell’associazione “Il grido dei monti della Laga”, c’è stato il recupero della chiesina del S.S. Salvatore che versava in condizioni critiche con il tetto crollato e le mura ormai fatiscenti.

Praticamente erano rimasti solo monconi di mura.

Il paese semi abbandonato è a 1096 metri di altezza e si trova su di uno sperone di roccia che domina un fosso dal quale nasce il torrente Vezzola che è uno dei due corsi d'acqua che toccano Teramo, l'antica Interamnia.

 L’interno della chiesa esistente già in documenti del 1278, è a unica aula ed è impreziosito oggi da una bella tela, opera e regalo del valente pittore teramano Tommarelli.

 “Senza aiuti istituzionali e con un lodevole autofinanziamento di residenti e appassionati, è stato possibile rendere reale quella che anni fa sembrava follia o nella migliore delle ipotesi, un sogno da coltivare”, queste le significative parole del presidente dell’associazione, il conosciuto ingegnere teramano Goffredo Rotili, visibilmente commosso nel giorno dei grandi festeggiamenti per l’inaugurazione del tempio ormai recuperato dopo anni di sacrifici.

Il restauro di questo edificio religioso adornato da un bel portale con ghiera decorativa, è certamente una goccia d’acqua nel mare dell’abbandono che soffrono tanti piccoli paesi intorno.

Un antico patrimonio di cultura montanara sta scomparendo e piccoli abitati secolari della zona come Martese e la chiesa diroccata di Santa Lucia, Acquaratola con S. Egidio del XIV secolo, Santa Cecilia, Tavolero con San Flaviano, Faiete con San Pietro del XIII secolo semi crollata, sono ormai ridotti ad autentiche “ghost town “.

Qualche anno fa si era gridato al miracolo quando sembrava reale che alcuni dei borghi abbandonati tornassero a vivere riconvertiti in alberghi diffusi per rilanciare l’esangue turismo di questi luoghi.

L’esempio veniva allora dal magnifico e antico villaggio fortificato di Santo Stefano da Sessanio, nell’entroterra aquilano, oggi uno dei borghi più belli d’Italia divenuto famoso in tutta Europa per la riconversione al turismo dell’albergo diffuso.

Dei proprietari di case ormai ridotte a poco più di ruderi svelarono allora di essere stati contattati per un’eventuale vendita.
La provincia ideò anche un esempio di come si potesse rivitalizzare questi luoghi sperduti.
Tutto è naufragato nel nulla.
Ora questa bella notizia che viene dal paesino di Serra, può essere un esempio coinvolgente per le varie comunità locali.

Se tutti si ponessero l’obiettivo del recupero delle tante oasi di fede e cultura che punteggiano la parte più interna e alta della provincia teramana, se molti si sentissero stimolati a queste imprese, in pochi anni la gioia dell’appartenenza tornerebbe a essere il volano per il ripopolamento della montagna.

L’Ente Parco, con la Provincia, le istituzioni nazionali e locali da qualche tempo si chiama fuori dai giochi a causa delle casse vuote e dell’impossibilità di trovare somme importanti.
Ecco che solo l’orgoglio montanaro può far gridare al miracolo.

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Per raggiungere Serra da Teramo da cui dista circa 30 Km. : percorrere la Strada Provinciale 48 per Rocca Santa Maria; all'altezza di Imposta deviare a destra per San Biagio - Serra, per raggiungere la meta dopo circa 5 Km.


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martedì 15 ottobre 2013

IUVANUM e PALLANUM: in viaggio tra leggende e storia

La piana di Santa Maria del Palazzo è un fantastico terrazzo naturale affacciato sugli aspri contrafforti della Majella Orientale nel chietino, equidistante da Torricella Peligna e Montenerodomo da cui si gode un panorama fantastico che spazia dal mare alla montagna.


In particolare quest’ultimo centro merita attenzione per le sue grandi mura fatte di enormi blocchi di pietra levigata, testimonianza mirabile delle origini italiche.

È un luogo ricco di acque, di prati e colture che dovette secoli fa attrarre gli uomini antichi tanto da crearci un insediamento civile e sacro.
Ancora oggi possiamo abbeverarci a un paio di fonti, dove attingevano acqua i Romani.
Una di queste, dedicata a S. Agata, era un tempo famosa tra le puerpere per le abluzioni alle mammelle che non avevano latte per i bimbi.

Oggetto ancora di scavi, i resti del municipio di Iuvanum, l’antica città frentana descritta con dovizia di particolari da Plinio Il Vecchio, si trovano qui, a 1100 metri d’altezza.

Il sito archeologico ha una doppia, grande valenza culturale e paesaggistica.
Le sue pietre hanno attraversato quasi trenta secoli di storia, lasciando molta della esistenza ancora da svelare.

Della città antica si conservano, dal VI secolo a.C., le aree sacre, con resti di due templi gemelli, il foro, il teatro, la basilica, le antiche botteghe artigiane e le strade originarie di accesso, lastricate con le pietre originarie.

In posizione spettacolare, dominata dalla Montagna Madre che pare abbracciarsi con gli attigui monti Pizii, l’area archeologica ha l’ingresso libero fino al tramonto ed è una vera chicca per gli amanti dell’antichità e per chi cerca la storia che si perde nella notte dei tempi.

L’area si visita lungo una minuscola stradina ben evidenziata e lastricata da pietre messe per coltello.

Ciò che resta dell’insediamento romano domina una valle punteggiata da filari di alberi nodosi e secolari che crea l’illusione di un mondo ovattato, dove i forti venti spazzano i prati in lotta con le faggete.


Un luogo appartato ma situato comunque a pochi chilometri dai centri abitati.
Non mancate di visitare l’attiguo Museo della Trasformazione del territorio.

Tornando indietro verso Casoli e il mare di Fossacesia nell’oasi marina dei Trabocchi, ci si può inerpicare verso un’altra area archeologica ancora più misteriosa e affascinante, detta di “Pallanum” per la sua posizione in cresta al monte Pallano, vetta minore di poco più elevata dei 1000 metri.

Grandiose mura megalitiche faranno sobbalzare tutti i sensi tra resti di fortificazioni immani di svariati metri di altezza e affascinanti dolmen che giacciono al cospetto di una superba vista panoramica.
Sono avanzi di mura formate da macigni poligonali enormi sovrapposti e messi insieme senza cemento.

Antiche leggende raccontano che questa fortificazione custodiva un grande tesoro ed era stata costruita dai “Palladini”, uomini enormi che, sui loro superbi omeri, trascinavano senza fatica le grandi pietre.
Si accede a quest’antico e affascinante sito da Bomba, il paese a picco sul lago, attraverso le indicazioni.

Si può terminare la giornata visitando il castello di Roccascalegna, uno dei più bei fortilizi abruzzesi, abbarbicato mirabilmente su di un masso roccioso.
Il maniero è dell’undicesimo secolo e vi affascinerà col suo aspetto arcigno.

Il manufatto vive di storie e leggende coinvolgenti come quella del barone Annibale Corvo De Corvis che nel seicento praticava il famigerato “ius primae noctis”.

Si raccontano anche storie dal sapore dell’incredibile come quella che vede protagonista una misteriosa carrozza priva di conducente che sarebbe trascinata da animali infernali che si paleserebbe ancora nella notte più corta dell’inverno, sfrenandosi in una folle corsa fuori dal borgo fino al cimitero, tra urla disumane e rumori assordanti.

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Il sito di Juvanum si raggiunge dalla costa attraverso la Val di Sangro sulla A14, direzione Casoli, strada Torricella Peligna (47 chilometri circa). Da Roccaraso e Pescocostanzo, il panoramico valico della Forchetta, poi Palena e Iuvanum a 38 chilometri. 
Si può soggiornare a Torricella all'albergo Paradiso cell 333 938 4180


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lunedì 14 ottobre 2013

Gessopalena Vecchia, il paese perduto!

Savina, vecchietta indomita, torna nella casa avita ogni estate.
La sua famiglia aveva una bella abitazione nel borgo vecchio di Gessopalena quando lei era poco più che una vispa bimba.

Correva felice tra le viuzze strette che si aprono su balconi di montagne.

Oggi ha l’incedere incerto, è sorretta da un bastone e, ai primi di maggio comincia a urlare ai figli perché l’accompagnino da Roma nel vecchio luogo dove tutto ricorda tempi spensierati.

Spesso ciò che rende speciale un posto è l’atmosfera che vi si respira, qualcosa d’imprevedibile eppure definito che deriva da chi lo vive come una sorta di patrimonio di affetti ed esperienze sedimentati negli anni.

Cielo e montagne sono i protagonisti dello spettacolo offerto dal borgo abbandonato di Gessopalena posto su di un pendio davanti alla Montagna Madre della Majella, nel regno del lupo e del falco pellegrino.

Le case si trovano a pochi passi dal nuovo paese che sorse dopo l’abbandono delle vecchie abitazioni sventrate prima da un immane terremoto nel 1933 e poi dalla furia omicida delle truppe tedesche in ritirata nell’ultima guerra.

Uno scenario naturale dove la pietra si amalgama mirabilmente con la storia sontuosa di ieri e la solitudine delle rovine di oggi.

Gessopalena, infatti, ha conosciuto la signoria dei Caldora nella prima metà del XV secolo e in seguito dei Capua fino al settecento, infine il dominio dei Caracciolo di San Buono.

Tutte dominazioni che avevano prodotto monumenti insigni andati perduti.

Percorro con le mani in tasca le antiche vie di ciottoli tra le case di sasso rimaste in piedi dopo l’abbandono.

Sulle altre, quelle ormai finite in terra, passo scavalcando qualche maceria.
Quasi mi commuovo nel sentire il suono vuoto delle mie scarpe lungo le vie morte.
Ovunque trionfano ortica secca, bisce, lucertole e ramarri tra fantasmi di pietra.
Emana un’aria di mistero, di presenze, pare di sentire voci di bimbo.

La desolazione circola tra le case, salta dentro finestre vuote mentre un vento ululante accompagna una mattina dai colori indefinibili, insinuandosi nelle vecchie mura e nell’anima.
Una porta giace riversa al suolo, alcune imposte sono scardinate e penzolano nel vuoto come assurde bandiere a mezz’asta per il dolore.

Paese sfortunato questo borgo medievale, nei secoli ha sofferto di frane continue che diverse volte hanno seppellito erba, alberi e massi sotto un manto marrone uniforme.

Siamo alle solite.

I comuni montani in Italia soffrono le vertigini non per l’altezza su cui sono situati, non perché aggrappati a pendii scoscesi o strapiombi mozzafiato, ma per le frane che continuamente modellano marne e arenarie dell’Appennino.

Qui dove la terra è sempre in movimento, sotto i piedi c’è il regno del gesso. Numerose cave hanno determinato anch’esse la fragilità dei terreni.

Oggi un museo, insieme al nome, celebra questa singolarità.

L’antica chiesa di S. Egidio, nella parte alta della “ghost town”, accanto a ciò che resta delle mura del castello, s’immagina solamente insieme all’idea di vecchine che un tempo passavano davanti segnandosi la fronte con la croce.

Arbusti, edere e fitti rampicanti fasciano le pietre in un abbraccio soffocante.

Poi, quasi a lenire la tristezza dolce del luogo, ecco una casina ristrutturata con fiori al davanzale.

Pensare che solo a pochi metri di distanza, la parte nuova del paese riservi piacevoli sorprese con la bella chiesa cinquecentesca della Madonna dei Raccomandati, il Monumento all’Italia con la fontana del 1920 e il ricordo di D’Annunzio.

Per raggiungere Gessopalena Vecchia e Nuova la principale via di comunicazione è la Val di Sangro, autostrada A14, via Casoli di Chieti verso i paesi dell'interno.
Comune tel. 0872 988112

A Torricella Peligna, circa sei chilometri si soggiorna all'Albergo Paradiso ( 0872 969401) per raggiungere l'area archeologica di Iuvanum, l'antica città frentana descritta da Plinio Il Vecchio, conn i suoi templi e la sua acropoli.


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domenica 13 ottobre 2013

Il Sentiero del Perdono: sulle orme di Celestino V


Il 27 agosto 2013, nel corso delle manifestazioni per la “Perdonanza Celestiniana” svoltasi all’Aquila, in una città che purtroppo non è più tale dal 2009 dopo il terribile sisma di aprile, si è comunque riscoperto un buon veicolo turistico nel “Sentiero del Perdono”.

Si tratta di un fantastico tracciato di poco più di venti chilometri che dal piccolo santuario nel monte Ienca, cuore del Gran Sasso e rifugio tanto amato dal papa Wojtyla, porta davanti alla basilica di Collemaggio all’Aquila con la sua bella facciata plastica di disegni geometrici ottenuti dall’incastro di pietre locali.
 Si può così scoprire una bella vallata denominata Valleverde con minuscoli centri semiabbandonati.

Sono stati molti i partecipanti alla passeggiata che ha toccato i 1066 metri della località San Clemente di Assergi, il paese di Camarda con la suggestiva chiesina della Madonna di Appari incassata tra le rocce e il borgo antico di Paganica, arrivando davanti alla Porta Santa nella martoriata chiesa aquilana oggi ancora interdetta alle visite per pericolo di crolli.
 
Le spoglie di Celestino V che hanno riposato per secoli all’interno di Collemaggio, continuano, infatti, a vagare in attesa che la chiesa possa tornare agibile.
Anche in questa edizione della famosa Perdonanza, la comunità aquilana si è aggrappata alla possente figura del Papa che nel 1294 fu incoronato erede di Pietro da umile frate che era e che pochi mesi dopo proclamò l’indulgenza plenaria aperta a coloro i quali sognavano la riconciliazione spirituale con Dio e i fratelli.

Pietro da Morrone ebbe vita difficile nel rifiutare una chiesa troppo politica e poco spirituale.

La sfortuna del piccolo frate continua da secoli.
Le sue spoglie mortali hanno dovuto fare i conti con furti, spostamenti e terremoti.
Un destino precario simile a quello degli aquilani che dal 2009 sono sballottati da un sisma che continua a lacerare la città che stenta a ritrovare i suoi luoghi e a riconoscersi in simboli come, appunto, Collemaggio.

Il percorso del “Perdono”, però, potrebbe rappresentare una possibilità in più di sviluppare nuovamente un turismo storico e ambientalistico che attragga molti visitatori in Abruzzo.

La chiesina dello Ienca, non lontana da un antico villaggio di pastori, è anche un’ottima base di partenza per salire sulla vetta del “Gendarme”, una cima minore del complesso ma importante perché dedicata al papa polacco.
La scoperta di piccole chiesine come l’interessante Madonna d’Appari e i suoi splendidi affreschi medievali, la visita a borghi antichi e la possibilità di percorrere secolari e silenziosi sentieri battuti da pastori, mercanti e chierici, potrebbero essere interessanti per un turismo che cerca cultura e movimento.

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Raggiungere Camarda e "Valleverde":
Autostrada A24 Roma Teramo, uscita Assergi. Poi strada Regionale 17 bis.
Da Pescara autostrada A25 fino a Popoli poi Statale 17 fino a incrocio con Paganica e Regionale 17 fino a Camarda


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sabato 12 ottobre 2013

Il mio Ararat!

Dal secondo libro: "Il mio Ararat". 
Capitolo: Sui sentieri del Piccolo Tibet

...Abbiamo visitato il curioso e minuscolo museo della vecchia funivia del Gran Sasso.
Il tavolaccio su cui ho dormito, ha lasciato i segni nella mia schiena ormai scricchiolante.
Decidiamo di rimanere in zona per almeno un paio di giorni e divertirci a percorrere qualche sentiero di cresta.

Seguiamo il percorso per la sella di monte Aquila, diretti al rifugio Garibaldi.
Una volta superato l’osservatorio astronomico, inizia un tracciato a mezzacosta, direzione nord, passando sotto cresta e in salita, che giunge alla Sella di Monte Aquila a 2335 metri.

Da qui la vista spazia su Campo Pericoli e la val Maone dalla quale siamo giunti. Scorgiamo anche il rifugio Garibaldi, uno dei primi eretti nell’intero Appennino.
Se continuassimo in direzione nord raggiungeremmo il “Sassone”, un grosso masso a quota 2500, che prelude al sentiero per il bivacco


Bafile, che si raggiunge con qualche difficoltà e il passaggio attraverso corde e scalette metalliche e su di un terreno non facile con passaggi di primo e secondo grado.

Massimo vorrebbe divertirsi con questa sorta di Tagadà d’altura, ma con veemenza io rinuncio.
Sarò pavido, se dovessi precipitare forse non farei un euro di danno, ma non potrei raccontarvi questo fantastico viaggio!
Pieghiamo verso il Garibaldi, che raggiungiamo scendendo un sentiero a sinistra.
Che sensazione incredibile guardare le cime più alte diventare navi di pietra appena il vento, radunando le nuvole, crea un bianco oceano sotto la valle.

Tutte le vette fanno a gara nell’esibire ciascuna una sua particolare combinazione di forme, strutture e colori per rendersi inconfondibili agli occhi di chi le guarda.

Apprezzo i tormentati profili delle montagne e penso che forse sarà che amo troppo la mia terra, ma il Gran Sasso, più che le Dolomiti, danno l’idea dell’archetipo di luoghi fantastici che fanno pensare agli scenari di Tolkien e le sue vie per raggiungere la “Terra di Mezzo”.

Eppure è “solo” la forza di un’orogenesi remota che ha sollevato incredibilmente i fondali di un antico mare per disegnare questo paesaggio che vive davanti ai miei occhi.

Ritorno bambino quando nel mio diario “Pigna”, disegnavo le cime con rughe, crepacci, foreste, laghi fino a immaginare grotte dove draghi terribili custodivano tesori.
Afferro, avidamente quasi dovessi mangiarlo, il mio binocolo da 300 euro e penso, sorridendo, che mai soldi furono spesi meglio!
Al rifugio decidiamo di fermarci a riposare.
“Quando guardi a lungo nell’abisso- la citazione è di Nietzsche- l’abisso guarda in te”!

Scalare le montagne, affrontare dirupi, spaccarsi le mani sulle rocce, tagliarsi il viso nel gelo.

Perché?


La montagna credo sia dentro l’uomo.
In alto, la vita è migliore, i conti sembrano tornare, si ha la sensazione che tutto non finirà mai.
Quando si scende a valle, è allora che si rimane preda dei problemi, l’uomo torna piccolo elemento insignificante in mezzo al tutto.

Rivivono nuovamente incertezze, paure, rabbie represse.

Tutto diviene pauroso e vorresti riavere l’incubo della nebbia, del silenzio, del freddo con cui convivevi magicamente in vetta.

È tempo di riprendere il cammino, direzione sud-sudovest puntando all’evidente intaglio del valico del Portella.
In breve siamo di nuovo al rifugio di Campo Imperatore, stazione alta della funivia.


Per raggiungere i sentieri del Piccolo Tibet d'Italia:
da Roma: autostrada A24 fino al casello di Assergi, poi Statale 17bis per Fonte Cerreto (stazione di partenza della funivia) e Campo Imperatore quindi con la Statale 17bis c fino all'Albergo (stazione di arrivo della funivia).
da Teramo: autostrada A24 fino ad Assergi poi come sopra.
da Pescara: autostrada A25 fino a Popoli quindi Statale 17 per Barisciano e L'Aquila da cui ad Assergi quindi come sopra.


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venerdì 11 ottobre 2013

A oriente della montagna Madre

Un fantastico transumare di nubi accompagna la magnifica salita alla Forcella.
Appena sopra il valico, il cielo diventa di piombo.
Come scogliera di Dio, la Majella che brilla sotto un raggio di sole diventa ancora più bella se possibile.

Inutile dire che questi luoghi sarebbero piaciuti un casino ad Arturo Bandini, il protagonista delle storie di John Fante, l’americano la cui famiglia è originaria di Torricella Peligna, da Nick ruvido abruzzese che lasciò la sua terra per emigrare con gli occhi gonfi di pianto.

I libri del John figlio di oriundo sono un must della letteratura di viaggio, racconti saturi di humour nero e vita di strada amara tra poche gioie e molti dolori.
Libri che raccontano la dura esistenza degli uomini d’oltre oceano che molto somigliano a quelli della montagna abruzzese dura, rocciosa, a volte inespugnabile di quest’area tra le più nascoste della regione verde d’Italia, dominata dalla montagna madre e dal fiume Sangro, padre dei corsi d’acqua abruzzesi e linea di confine con il Molise.

Sono luoghi del mistero, secondo la felice definizione del grande Benedetto Croce.

Niente di più vero, penso, mentre m’inerpico sulle alture e le strade tortuose che s’insinuano tra borghi sconosciuti come Borrello e le cascate più alte d’Appennino, quelle del Rio Verde, Rosello con la sua piccola foresta di rari abeti bianchi in un mondo che sa di scandinavo, Altino con i suoi boschi di faggio, Pennadomo, Montenerodomo e i resti archeologici del municipio romano di Iuvanum.

E mentre viaggi a bocca aperta colpito da tante sollecitazioni, le ombre e gli spazi di una giornata estiva insolita, meteo parlando, rivelano scorci inattesi sui paesi dell’Aventino e su di un parco, quello della Majella d’inusitata bellezza.
Bisogna comunque dirlo forte, la piccola economia di questi luoghi langue.

Qualche vecchio produttore di formaggi si è intestardito a continuare, qualche piccolo albergatore si da un bel daffare per stimolare le visite: un convegno su Fante, un’escursione a vedere i camosci, la fantastica scoperta del buco nel cuore della montagna, le cosiddette “grotte del Cavallone”, tanto amate da Gabriele D’Annunzio che ci ambientò la sua opera “La figlia di Iorio”.

Poco turismo inspiegabilmente, qualche camminatore, appassionato di natura, nulla più.
Chiedete al simpatico Guerino che gestisce un piccolo albergo a conduzione familiare, ereditato dal padre, dal nome che è tutto un programma, “Il Paradiso”.
Si mangia da Dio a prezzi più che onesti qui dove l’ospitalità è sacra!

Pasticceria sopraffina, specializzata in fiadoni d’Abruzzo, camere ultra confortevoli e cucina casereccia curata dalla moglie tra tartufi, funghi e formaggi incantevoli.
Se non fossimo solo noi di famiglia, i sacrifici di papà andrebbero a carte quarant’otto - mi dice amaro il buon albergatore.

Tutto intorno, borghi dimenticati da chi non conosce a fondo il territorio come l’affascinante Gessopalena con il paese medievale abbandonato e l’inedito museo del gesso.
Più in là verso il confine molisano e la gola della Gran Giara, nella Majella più dura lontana qualche curva, antichi abitati da rivitalizzare, magari con progetti di albergo diffuso per stimolare turismo.
Una finestra su mondi perduti e lontani.


Da nord e sud si raggiunge la Majella orientale, Torricella Peligna, Gessopalena con l'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, proseguire in direzione Colle Zingaro, Torricella Peligna percorrendo la SP 110. 

Per contattare l'albergo Paradiso 333 938 4180 -  0872 9694 01 - pagina Facebook a disposizione


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giovedì 10 ottobre 2013

Il nobile tempio del Santo Liberatore a Serramonacesca

“Sulla mia tomba non mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba”. (Nella pietra cimiteriale di Adriana Zarri, scrittrice)

C’era una volta un’abbazia.
Era grande, bella e potente.

Edificato dai monaci di Montecassino, figli spirituali di San Benedetto, il complesso monastico esisteva ancora prima del documento ufficiale dell’anno 884, come tempio pagano donato dai patrizi romani Tertullo ed Equizio.

L’antica e nobile chiesa abbaziale del “Sanctus Liberator ad Majellam”, esiste ancora! E’ sempre qui a Serramonacesca di Pescara, immersa nel verde e nella quiete della storia, testimone silente del passaggio di Carlo Magno.
Il condottiero se ne volle impossessare dopo la sua vittoria sui Longobardi del 781, nella sconosciuta battaglia di Serra e Manoppello.

Ancora oggi una grotta è chiamata “dei Paladini” o”sepolcro dei Franchi” in ricordo dell’epopea carolingia in Abruzzo.

“Serra Monacorum”, quale nome migliore per evocare il legame di questo pezzo di Maiella con la vita monacale che un tempo esprimeva un tesoro d’arte come l’abbazia di San Liberatore e un paio di eremi abbarbicati tra i monti?

Ogni volta che arrivo in questo piccolo agglomerato di case mi sento libero e felice.
Nell’antica terra dei priori oggi sono circa settecento le anime sparse.
Molte di meno di quelle che hanno varcato i confini, emigrando per il mondo in cerca di fortuna.

Basta venire sin qua una sola volta per rendersi conto del perché tanti stranieri abbiano deciso di acquistare rustici da queste parti per godere di tranquillità.

Serramonacesca è un borgo in pietra, alle pendici settentrionali della Maiella, sopra il frastagliato corso del fiume Alento, in un lembo di territorio pescarese tra i più ricchi di antiche memorie, leggende, e monumenti di rara bellezza artistica.

La storia di questa terra va cercata, scoperta e decifrata, esplorando con pazienza le pieghe della montagna e della memoria.

Tra le rocce e gli arbusti scorre una linfa spirituale che fa di questa valle un luogo sacro da vivere intensamente.

Dal condottiero Carlo Magno, la grande chiesa, immersa tra i boschi, prese il nome di “liberatore”, non inteso come santo comune ma come Divino Liberatore di ogni peccato, il Cristo Risorto.

Nelle vicinanze, fu costruito Castel Menardo, fortino per la guarnigione deputata al controllo della valle del Pescara.

Avvenne anche nella mitica Roncisvalle dei Pirenei, dove Carlo fece edificare, per ringraziamento dopo la vittoria sui Mori, una basilica simile a quella del piccolo borgo pescarese.
Né guerre, né saccheggi, né il terribile terremoto del 990 ha sfibrato i fianchi di questo tempio.

I monaci ricostruirono la basilica, ancora più bella, dimorando, durante i lavori, in povere casupole di legno, sotto l’attenta supervisione prima del priore e architetto Teobaldo, poi del reggente Adenulfo. Prese, infine, il volto attuale di gioiello d’arte romanica cassinese.

Guardare questa chiesa, è come vedere l’impetuoso effetto del passare degli anni sul volto di una donna a suo tempo bella e affascinante, oggi ancora attraente.

Il rettore che abita in paese, officia di domenica messe anche in latino e con massima disponibilità illustra le bellezze del luogo santo.

In una domenica di Pentecoste mi capitò, insieme a una famiglia di Cuneo, di assistere a questa celebrazione.

Ricordo mi colpì l’ottima pronuncia del prelato e i suoi occhi profondi e incavati che cercano prima che la tua intelligenza, il cuore.
C’è anche una dinamica associazione di giovani che offre servizi vari come accompagnamento e organizzazione matrimoni.

La grande chiesa è immersa nel verde.
C’è un singolare campanile in stile lombardo a triplice elevazione con finestre a piano che dona unicità al tutto.
Spingendo in avanti l’antica porta si sprofonda nelle tenebre.

La navata centrale pare imprigionata dapprima nel buio, poi gli occhi si abituano e iniziano a vedere gioielli senza tempo, tracce di affreschi bruniti dai secoli, icone rossastre e oggetti che paiono contendere ad altri le gocce di luce distillate dalle piccole finestre.

Tutto qui ha un suo equilibrio interiore: il sagrato in pietra, le basi sagomate delle colonne, i portali con leoni e foglie di palma scolpiti negli architravi.

Fanno bella mostra di sé, tre navate a pianta basilicale che s’innalzano sopra un pavimento cosmatesco, simile a quello della grande abbazia di Montecassino, composto con pietre intrecciate in disegni geometrici di maestri bizantini e il meraviglioso ambone, oggi non originale, delle proclamazioni bibliche e delle predicazioni.
Gli affreschi raccontano dei patrizi romani, di Carlo Magno, dei priori succedutisi alla guida del complesso e poi di San Benedetto il padre dei monaci, seduto in trono con la regola monastica dell’”Ora et Labora”.

 Meta di monaci e anacoreti che abitavano in celle scavate a grande altezza nelle rocce sospese sul fiume, uomini che inseguivano paesaggi santificati, questo luogo è bellissimo.

Il grande prato verde con annessa area faunistica in cui vive un bel capriolo nato nel 2006, il sentiero didattico che scende verso il fiume Alento con una cascata che romba proprio vicino ai resti di tombe rupestri, tutto invita a rimanere entusiasti.

Monasteri, forti, cimiteri, lazzaretti mangiati dal tempo tra cespugli d’incuria.
Tutto maledettamente bello!

Serramonacesca si raggiunge attraverso la A 25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.

Non dimenticate di visitare le tombe rupestri lungo il fiume.
E' un affascinante viaggio nel tempo attraverso la più grande forma di devozione dell'uomo verso il Creatore!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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