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martedì 17 settembre 2013

“Tocco senza vento, diavolo senza denti”. Nel regno di Casauria

Tocco da Casauria è un avamposto hi-teach di energia alternativa.
È un piccolo comune ai piedi della Majella, ai confini con le rocciose gole del centro termale di Popoli, teatro di scatenati rally internazionali automobilistici lungo le sue mitiche “svolte” ma è il simbolo della green economy internazionale!
Roba da non credere!

Pensate un po’, un paese con pensionati che giocano a briscola, badanti rumene e tante case vuote che si riempiono solo in agosto. Eppure dell’abitato ha parlato il “New York Times”definendolo un modello di sviluppo sostenibile.

“Tocco senza vento, diavolo senza denti”, scrisse poi il Corriere della Sera, riportando la frase di una signora del bar di fronte al municipio.
Niente di più vero!
Che Tocco sarebbe senza le sue belle raffiche che agitano continuamente le pale eoliche, torri da sessanta metri che girano per l’intero giorno, dando energia a tutto per chilometri e chilometri?
Il giorno, con il sole alto, ha ripreso un po’ di colore come le guance dei bimbi dopo la malattia e la convalescenza.

Mentre mi accingo a fotografare in una luce quasi perfetta le macchine rotanti, dopo aver a fatica raggiunto il colle dove si trovano, mi si para davanti un elegante signore di circa settant’anni dalla faccia simpatica e buffa.

È proprietario di una villetta malmessa ma ubicata in un posto incantevole tra il verde degli ulivi.

C’è un orticello e un giardino con rosmarini, alloro, un melograno da frutta e una pianta di limoni a spandere profumi.

In breve mi racconta di vivere gran parte delle sue stagioni a Roma ma che in estate torna sempre in questa casa che volle costruire tanti anni fa, tra i risolini dei concittadini che lo credevano pazzo per isolarsi così.
Dice che nella capitale soffre di male alle ossa e crampi ai polpacci.
Qui no, qui i dolori scompaiono miracolosamente!
E di notte confida di ascoltare con gioia i rumori del buio e i gorgoglii della natura, intervallati dai fruscii dell’aria smossa dalle pale.

Oggi molti hanno offerto pozzi di soldi per la vendita della proprietà, ma lui ha sempre cortesemente rifiutato. Si dice convinto che la morte lo coglierà qui, intento ad annusare i profumi della sua terra.

Sono fuori il paese, tutto dovrebbe essermi estraneo, eppure un perfetto sconosciuto mi offre amicizia, m’introduce nel giardino, offrendomi una deliziosa fetta di anguria fresca.

Mi consiglia, in paese, pane di Tocco con prosciutto tagliato al coltello.

C’è un genere alimentare che prepara questa bontà di Dio!

Gran comunità quella dei “toccolani”.
Si danno tutti da fare, chi nel campo enologico, chi nel commercio, chi nel teatro.
Ci sono anche pastori che un tempo risalivano il tratturo dall’abbazia di San Clemente a Casauria, su per Campo Imperatore.
Oggi i transumanti usano camion moderni per spostare velocemente le greggi e le stalle sono governate con il vento e il sole che alimentano frigoriferi e macchine per produrre formaggi.

Una gustosa leggenda riportata proprio dal Corriere che racconta di un D’Annunzio che qui creò i presupposti per la realizzazione della sua grande opera “La figlia di Jorio”, dopo aver appreso la storia di una ragazzina che fuggì tanti anni prima per salvarsi dalla furia erotica di un branco di ragazzi ubriachi.

Il paese antico è bello da visitare.
Quattro vecchi sono intenti al gioco delle carte.
Uno di essi, guardando la mia Nikon, mi chiede se sono un reporter americano. Gli amici lo prendono in giro.

Mi dicono che ha una fibrillazione atriale e che ogni tanto il cuore perde colpi e il cervello ne risente.
Qui ormai sono abituati alle visite oltre oceano dopo la vicenda dell’articolo.

Fa piangere il cuore, l’abbandono del castello, reso ancor più pericolante dal terremoto del 2009 e transennato ovunque.

Lo trovo invaso da erba alta, rifiuti e gatti randagi.
È l’unica nota stonata!

Raggiungete Tocco da Casauria percorrendo la Tiburtina Valeria km.190, bivio Tocco.
A25 Roma Pescara, uscita Torre dé Passeri/ Casauria se provenienti da Pescara o uscita Bussi sul Tirino se provenienti da Roma. 

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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lunedì 16 settembre 2013

Il lato oscuro di tutti noi: storie di streghe nel teramano

(Con le foto dei paesi abbandonati del mitico Alessandro de Ruvo!)

Nelle nostre campagne, lì dove l’influenza del progresso non ha inciso in maniera profonda, la superstizione è ancora un sentimento dominante.
 Sembra impossibile ma ancora oggi quando accade un qualcosa di negativo c’è chi ritiene sia opera di malefici, fatture ordite da chissà quale nemico, stregonerie o invidie di vicini di casa.

Molte sono le armi per fronteggiare queste evenienze: scongiuri, filtri, amuleti e soprattutto “lu breve”.

I “Magaròne ” sono gli specialisti di questi riti a metà strada tra magia e creduloneria, i quali con l’ausilio di una camicia o altro indumento del malcapitato, capiscono se la “fattura” (qui non c’entra l’iva naturalmente) è leggera o a morte.
Il “Breve”, racconta un vecchio signore, vera enciclopedia vivente, dovrebbe essere composto dalla terra di tre padroni, sale, pezzetti di candela benedetta, il tutto avvolto in un piccolo sacchetto da portare dietro.

La figura della strega resiste strenuamente alla caduta di tutti i miti fagocitati da un mondo in continua evoluzione.
Nei paesi della Laga si crede ciecamente alla sua esistenza e la si considera “ una forza del male”.

Ancora oggi, d’estate, quando il caldo è torrido, si usa comunque chiudere tutte le finestre di notte, perché le streghe sotto forma di piccoli animali, ragni, farfalle, mosche, potrebbero entrare e succhiare il sangue dei bimbi piccoli di cui sono estremamente ghiotte.

Il “Breve” portato addosso potrebbe tenere lontano queste creature malefiche.
Molte storie si tramandano come quelle raccontate da alunni della Scuola Media Giovanni XXIII di Torricella Sicura che, in un pregevole lavoro coordinato dall’intraprendente Prof.ssa M.Gabriella Di Flaviano del 1983, intervistarono vecchi abitanti delle frazioni limitrofe per ascoltare storie che hanno dell’incredibile.

Come quella del Sig. Attilio di Poggio Valle il quale aveva una splendida cavalla che due volte la settimana era presa dalle streghe le quali dovevano recarsi ai raduni di magia sotto i proverbiali alberi di noce.
Di mattina l’agricoltore trovava oltremodo sudata la bestia, in costante nervosismo, stanchezza e con la criniera divisa in piccole trecce meravigliosamente fatte non certo da opera umana.

O ancora l’incredibile vicenda di una donna di Paranesi, tal Emilia, la cui sorella era caduta preda di questi esseri malvagi.
La bambina piangeva, si disperava rotolandosi a terra.
Le streghe, a suo dire, le succhiavano il sangue e il corpicino era pieno di lividi con punti rossi.

Recatosi da un “magaro” della zona, il padre, sull’orlo della disperazione, ebbe l’ordine di prendere i vestiti della piccola, portarli a un incrocio e picchiarli con più forza potesse.
Nel fare ciò, l’uomo sentì urla e strepiti dallo spirito della strega che dovette abbandonare la sua preda e fuggire lontano.

A proposito di alberi di noce, qualcuno avrà letto delle incredibili storie legate alla Fonte omonima a Teramo.
Qui si radunavano due volte l’anno tutte le streghe dell’Italia centrale che di lì a poco avrebbero raggiunto Benevento, in un luogo sperduto in mezzo alla campagna, sotto un gigantesco albero, naturalmente di noci.

Avvenimenti cui tutti noi facciamo fatica a credere, ma gli anziani non mettono in dubbio l’esistenza di questi esseri malvagi, pena una vendetta atroce nei confronti dei miscredenti.

Un’anziana di Valle Castellana, la sig.ra “Linuccia” raccontava che era assolutamente da evitare incroci di strade tra il martedì e il venerdì dalle ore 24,00 alle 6,00, pena incontri sgraditi con creature pericolose, dai capelli scarmigliati, le pupille dilatate e lo sguardo spento che a volte si risveglia, lanciando strali con gli occhi rossi.

Leggende che aiutano a capire la forza della superstizione e il lato più oscuro di tutti noi.

Visitate il sito internet di Alessandro de Ruvo;
www.adrphoto.com

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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domenica 15 settembre 2013

L’eterna lotta tra il Bene e il male: Santa Maria Arabona

“La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. (Romani 13,12)

Il sole è appena nato ma già l’angusta via risuona del martello sulla pressa del mastro ciabattino.
Sulla vetrata del piccolo laboratorio, una bottega umida colma di calzature dove le scarpe da consunte riescono quasi nuove, c’è l’effige di San Crispino il patrono dei calzolai.

Un santo che aveva percorso così tanta strada per annunciare il Cristo, da morire quasi scalzo.

Rocco è l’ultimo di questi aggiusta scarpe che trinciano cuoio come nel secolo scorso.
E’ la vecchia guardia che sta scomparendo sotto i colpi impietosi del tempo.

Tira su rumorosamente col naso, ci passa sotto il dorso della mano per asciugare le gocce.

Si aggiusta, quasi si vergognasse di esser preso per trasandato, il suo grembiale nero, odoroso di colla e cera d’api, allarga le braccia e dice:
“E che vuoi che ti dica? La gente oggi, la calzatura che ha fame e apre la bocca, non l’aggiusta più. Nel negozio se la compra nuova a 20 euro! Certo, non scricchiolano come quelle di costoso artigianato. Nelle scarpe di oggi c è solo il collante”.

Pensare che a Tolentino nelle Marche, non così lontano, un tempo c’era l’università per apprendere l’arte del conciare le pelli, montare tomaie e preparare calzature a mano e oggi non c’è quasi più chi ripara i tacchi.
Mi guardo intorno e osservo gli utensili abbruniti dal tempo: raspe, spazzole, martelli.

“Ho provato a portar su un ragazzino, a insegnargli il mestiere. Gli ho detto, giovanotto se sbagli a piantar chiodi sulla suola, poi l’orlo viene storto e la tomaia non regge. E lui sapete che ha risposto? Vecchio mio, questo mestiere è per chi vuole morire di fame e non per me. E non l’ho visto più”.

Come dargli torto?
Ogni scarpa riparata rende si e no cinque euro e in Italia, nell’ultimo censimento sugli artigiani calzolai, gli esemplari in estinzione sono rimasti tremila circa.
Non più di cinque anni fa erano oltre 4500!

L’anziano artigiano, originario della valle dell’Aventino, conosce tante storie che è un piacere ascoltarlo.

Racconta di Alanno, borgo appeso su di una collina sopra la valle del fiume Pescara, luogo un tempo ricco di ville romane, battuto spesso dalla furia del vento proveniente dalle gole di Popoli attraverso Casauria.

Nel paese si venerava San Clemente cui è dedicata la bella abbazia vicina.
La statua, opera del ‘400 della bottega abruzzese di Guardiagrele, pare si voltasse ogni qualvolta era in arrivo una tempesta di vento, riuscendo a placarla con lo sguardo.
Il vecchio si è accorto dal mio sorriso sarcastico che non credo a questo tipo di devozione e rincara la dose.

Mi parla del Santissimo Crocefisso di Taranta Peligna che un contadino, nell’ottocento, trovò sotto terra mentre arava il suo campo.
Gesù, nella croce di legno, appare nello spasimo dell’agonia e non ancora morto, bocca semi aperta e respiro affannoso.

Il Cristo pare abbia protetto per molti anni le famiglie locali dalle disgrazie e calamità e qualcuno è andato sotto terra con la convinzione che il Santissimo sia anche sceso da quella croce per svolgere meglio il suo compito.

Il mio interlocutore crede infinitamente nei poteri taumaturgici della religione.
Mentre vado via, mi ammonisce sibillino:
“Guarda attentamente il Male e il Bene nell’abbazia, ora che vai a visitarla. Sappi che ancora oggi combattono furiosamente e non sempre a Manoppello trionfa il bene …”.

Santa Maria d’Arabona è trascurata dai grandi circuiti turistici- religiosi.
Eppure la badia è uno dei più importanti esempi tra le grandi chiese costruite dai Cistercensi, quando giunsero in Abruzzo alla fine del XII secolo, a quaranta anni circa dalla fondazione dei primi monasteri nel Regno di Sicilia.
Qui sono passate molte etnie d’oriente: albanesi, slavi, greci, arabi.

La situazione del monachesimo benedettino mostrava, allora, una fortissima presenza di patrimoni appartenenti a grandi insediamenti fuori regione, come Montecassino, S. Vincenzo al Volturno e S. Maria di Farfa, e una serie di siti autonomi.
Il principale di questi era quello di S. Clemente a Casauria.

Ma, credetemi, ce n’erano tantissimi: San Salvatore a Majella, San Liberatore, San Martino della Valle.

Tutti posti che rendevano bene la quotidianità dei monaci, ritmata dalla preghiera, dalla liturgia, dalla fraternità sobria, dalle giornate semplici fatte di umile lavoro e vicinanza spirituale alla popolazione dei villaggi intorno.

I monaci erano i rami, la gente gli uccelli che vi si posavano.

Nel 1191 era stata edificata Santa Maria di Casanova, nel 1209 furono innalzate proprio le mura di Arabona, diretta derivazione dell’opulenta abbazia di Casamari, raggiungibile attraverso l’autostrada Frosinone Sora.
Di questo importante esempio di architettura gotica cistercense, il complesso pescarese propone in parte la pianta.
Le stesse maestranze realizzarono poi la costruzione del piccolo monastero di Santo Spirito, a picco d’aquila sul paese di Ocre, oggi convento francescano.

Il nome dato alla badia di Manoppello scalo, che a quel tempo servì come tessuto connettivo religioso e sociale delle campagne circostanti, sembra fosse collegato al culto italico della dea Bona.

L’abbazia è rimasta incompiuta e in tempi recenti è stata realizzata una poco attraente parete in mattoni.

Quello che può motivare una visita sono i due elementi in pietra bianca, tabernacolo e cero pasquale che racchiudono in sé la storia della salvezza dell’uomo scolpita con incredibile maestria da un artista a me sconosciuto, beata ignoranza.


Il tabernacolo, retto da due esili colonnine, ricorda l’importanza della sapienza cui l’uomo deve tendere, custodendo gelosamente libri sacri e oggetti di culto a Dio.

Il candelabro ha invece in sé una moltitudine di significati allegorici.
Alla base si trovano quattro animali, tre dei quali ancora visibili.
I due cani e i due leoni rappresentano il peccato.
Il male, tra menzogna ed eresia, aggredisce l’uomo allontanandolo dalla salvezza.
Il cane si morde rabbiosamente una zampa a significare che il peccato lacera se stesso senza posa.

L’altro animale, con la testa all’indietro, simboleggia il peccato verso Dio che svuota la vita di ogni significato.
Le deformità delle figure animalesche ammoniscono sul deturpamento che il peccato opera in noi.

Nel capitello si riprende il tema della vite e dei tralci attaccati a essa.
Foglie e grappoli d’uva avvolgono a spirale il fusto della colonna che simboleggia la figura del Cristo cui il tralcio, cioè il discepolo deve rimanere ancorato per avere la vita eterna.

Chi andrà a vedere questa meraviglia, troverà nella parte culminante del cero, dodici piccole colonne a simboleggiare gli apostoli e la chiesa con la propria vocazione e missione.

Tra la base del candelabro e la parte alta, l’autore ha inserito una colonna centrale assolutamente nuda, liscia, una barriera invalicabile fra il cristiano nella grazia e il peccato originale.


Per raggiungere Santa Maria d'Arabona, ai piedi del versante settentrionale della Majella, percorrere l'autostrada A 25 direzione Pescara, uscita casello Alanno- Scafa. Da Pescara con la S.S. 5 Tiburtina Valeria .

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sabato 14 settembre 2013

L’Oratorio dalla crociera celeste: Nel regno del Barocco abruzzese a Pietranico

“Ponimi come sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Forte come la Morte è l’Amore, tenace come il Regno dei morti è la Passione, le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina”! (Cantico dei Cantici 8,6)

La strada, tortuosa, sale verso Pietranico, porta sud del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga.

Da tempo in questi luoghi gli ambientalisti combattono per la creazione di una riserva naturale nella vasta e incontaminata zona naturalistica che costeggia il fosso Rota, non lontano dal borgo semi abbandonato di Corvara e luoghi d’incanto come Pescosansonesco e Castiglione.

E’ un territorio tutto da scoprire tra antiche fonti, sorgenti, vasche riconosciute dalla Soprintendenza Archeologica come “beni di pregio”e ottima gastronomia, con cibi conditi dall’olio Dop Aprutino pescarese e accompagnati dal Montepulciano di Casauria, tra i migliori vini italiani.

Un territorio che fu, in parte, della provincia teramana, fin quando nel 1927 fu istituita quella di Pescara.
Da allora Teramo ha perso inestimabili gioielli artistici.
Qui l’isolamento del borgo non è un handicap ma un valore aggiunto.
Ciò che rende la visita indimenticabile, credo sia l’oratorio di Santa Maria della Croce, la chiesa che celebra l’Annunciazione alla Madonna, autentica perla artistica e centro di devozione mariana.

Il noto critico d’arte teramano Giovanni Corrieri, in un articolo rimarca “l’elemento meraviglia consistente nel passaggio repentino dall’austera sobrietà dell’esterno, al tripudio decorativo dell’interno”.

La storia di questo gioiello fuori dalle direttrici canoniche della viabilità corrente, ubicato all’interno di un millenario percorso di tratturi e di fede, è rinvenibile nella scritta in parte rovinata, dipinta all’interno sopra l’ingresso.

Vi si racconta che in contrada Croce esisteva una piccola cappella agreste prima che apparisse la Madonna a chiedere un luogo più consono per dedicarle preghiere.

“Maria apparse con veste bianca stellata a Domenico Del Biondo della terra di Pretanico andando vedendo il suo seminato ….” (Dall’iscrizione sopra l’ingresso trascritta nel 1878 da Antonio De Nino storico ed etnografo)

Mentre la mia 207 si rifocilla al distributore, il contadino, alla mia richiesta d’informazioni, disegna sul viso un ghigno indefinibile.

Borbotta che la chiave della chiesa è da chiedere alla “santa”. Non capisco se questa signora è definita tale scherzosamente o se da queste parti si diventa santi per volontà popolare.

L’uomo accende la sigaretta, espira una densa nube di fumo azzurro, poi stancamente indica la via da seguire.

La custode è una cordiale bionda di nome Dora che un tempo doveva essere avvenente.

Ha un vestito molto colorato con una scollatura ampia che scende su di una spalla.
Svela di essere stata ricevuta dal papa Wojtyla cui ha donato una pubblicazione sull’oratorio e di essere stata intervistata da Rai Tre sull’apparizione della Madonna.
La Vergine Maria si sarebbe palesata nel 1614 al solito pastore che non manca mai nelle presunte apparizioni mariane. La “dolce signora” aveva una stella con quattordici punte come le stazioni in pietra della Via Crucis che dall’oratorio portano, in tre chilometri, nella piazza del paese.

Il borgo conta circa settecento anime che vivono a ritmi lenti, segnati dalle stagioni agricole.
Qui la venerazione per la Madre di Cristo è enorme.

Il due di maggio al calare della sera, nell’ora del Vespro, si svolge una processione che rappresenta una delle manifestazioni storiche - religiose tra le più interessanti d’Abruzzo, una devozione popolare riconosciuta dal Ministero dei Beni Culturali di notevole interesse etnologico e antropologico.

All’interno della chiesa vive un mondo assolutamente inaspettato. Le solide mura esplodono in uno spettacolare trionfo di stucchi, oro e colori, opera di maestri del ‘600.

Le decorazioni sono forse uniche per quantità e qualità in tutto l’Abruzzo.
La figura dell’Onnipotente con la Vergine Maria non è una sontuosa metafora o una licenza poetica ma una rappresentazione viva in cui si fonde la memoria del mondo.
Qui si custodiscono dipinti che possono anche non piacere ma che trasmettono comunque emozioni.

La dimensione temporale della vita terrena scompare, inghiottita dalla gloria ininterrotta dell’eternità con le figure della Trinità a vigilare sul cammino di santità cui tutti dobbiamo tendere.

Le opere, vere architetture di luce, aiutano a confidare in una sorta di crociera celeste su cui contare alla fine di questo passaggio sulla terra.

La parte più ricca del complesso si trova nelle campate centrali, dove si ammirano ben diciotto episodi della Passione del Cristo in stile barocco. Sono notevoli gli stucchi.

Tra cornici e dorature, trovano spazio mascheroni, figure di puttini e santi celebri come Antonio da Padova, Gregorio Magno, Biagio e Giuseppe. Tutto bello ma pesante nello stile.

Ovunque sembra che il tempo si sia fermato.
I villaggi, da queste parti, sono pieni di vecchi prosciugati da decenni di duro lavoro e vita grama.
La ruggine sbriciola i cardini delle porte, le ragnatele disegnano ghirigori nelle case assediate dagli abbandoni.
Ho incontrato una deliziosa bottega che vendeva cesti in vimini di ogni formato e anche un inedito lampadario di corda intrecciata.
Ho visto anche degli utensili strani.

Un’anziana donna con gentilezza mi ha informato che si trattava di una “bruscola”, oggetto usato per la raccolta delle olive e un “graticcio”, sorta di rete dove stendere i fichi a essiccare.
Non lontano s’innalzano colline ricche di vigneti al culmine di curve tibetane.
Da secoli qui è stata introdotta l’agricoltura irrigua, canalizzando l’acqua e riempiendo la zona di oliveti e viti.

La cura dell’uva in altezza è difficilissima.
Le vigne sorgono su terreni pietrosi e scoscesi, sono molto basse e hanno difficoltà a prendere il giusto calore del sole e quello della terra.

Eppure, questo lavoro duro che l’uomo fa in modo tradizionale perché l’uso dei mezzi meccanici è quasi impossibile, regala buoni frutti.

La terra, diceva un coltivatore mio amico che oggi cura le sue distese in Paradiso, non tradisce mai.

E poi, continuava con un motto fascista, “non siamo fatti per la vita comoda”.
Famose da queste parti le tenute delle cantine Zaccagnini e Valentini che si estendono da Loreto Aprutino fino alle porte del vicino Parco della Majella.
Hanno vigneti e proprietà terriere risalenti al 1500.

Per raggiungere il gioiello del Barocco abruzzese a Pietranico, raggiungere il casello di Torre dè Passeri sulla A 25 Pescara Roma. Imboccare la statale che porta fino a Brittoli e Civitaquana.

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venerdì 13 settembre 2013

Il dominio della natura: La costa dei Trabocchi

Vento teso di bora, mare color zinco che picchia sulla scogliera.
Si parte a piedi sull’antico tracciato ferroviario in disuso.

Il doppio colpo della littorina sui giunti del binario, è stato soppiantato dal muggire rabbioso delle onde sbattute sui sassi, a riva.

Siamo su di un balcone proteso stupendamente sul mare.
Oltre cinquanta chilometri dei circa cinquemila percorsi ferroviari dimenticati, patrimonio perfetto per rilanciare la “mobilità dolce” dopo anni di delirio gommato, di strade piene di polveri sottili che passano i limiti di legge un giorno sì e un altro pure.

“La ferrovia è un ostacolo alla crescita” dissero e di colpo il percorso sul mare divenne obsoleto.
Il Genio Ferrovieri si mise in movimento e in breve nacque una nuova linea in collina.
La breccia rettilinea soffre oggi l’abbandono, contornata com’è da sterpaglie, forse un giorno sarà finalmente una pista ciclabile affacciata sull’infinito.
E’ sempre pronto il progetto del Corridoio Verde Adriatico da Martinsicuro fino a Vasto in bici.

Il mare spumeggia lontano dall’insulto del cemento.
Soffia forte il vento sul pittoresco costone roccioso a picco sul mare dell’antico nucleo di San Vito.
Pare quasi che un capriccioso Eolo, soffiando forte, si sia divertito a scaraventare un mucchietto di case fin lassù, quasi a toccare il cielo.

Lo spettacolo, dall’ardito balcone, è di quelli che lasciano senza fiato.
Lo sguardo, rapito, scorge in lontananza la collina di Venere col monastero di San Giovanni, poi Punta Aderci della Penna di Vasto, paradiso naturale e giù fino alle isole Tremiti.
Sotto il costone ricco di ginestre, c’è il trabocco descritto dal poeta D’Annunzio: "... proteso sugli scogli, simile a un mostro in agguato, con i suoi cento arti..."

I “trabocchi”sono delle ingegnose macchine per la pesca dalla riva.
Per mezzo di passerelle e con la rete agganciata a lunghi bracci a bilanciere, permettono di raggiungere anche senza barca, punti dove l'acqua é più profonda e pescosa.
Le vedette sul mare, ancorate agli scogli, sornione e silenziose, sono fedeli guardiani delle bellezze della nostra costa.

La loro origine si perde nella notte dei tempi.
 L’invenzione è stata originata dalla paura che l’uomo provava, nell’avventurarsi in mare aperto.
Quando qui infuria la tempesta, c’è da aver paura.

Un’antica leggenda racconta che, sullo scoglio sottostante l’eremo dannunziano, pochi tornanti dalla marina di San Vito, lì dove usava rifugiarsi il Vate per creare le sue opere, siano ancora visibili due impronte di zampe animalesche.

Sarebbero i piedi del diavolo che balla per la gioia di vedere i marinai, inghiottiti dai flutti, morire nel peccato.

Lungo la piccola spiaggia sottostante, scatarra, sibila il motore di una vecchia barca.
Il pescatore bestemmia con grida disumane fin quando, come in un simpatico cartoon di Topolino, la piccola imbarcazione guadagna il largo.
Lontano, sulle colline che guardano la Majella e il Gran Sasso, le bretelle autostradali sconciano la valle in nome di un progresso che non si può arrestare.

Lo sguardo a nord arriva fino al promontorio di Ortona con il suo singolare campionario di fortificazioni: tre torri e un castello.
Torre Mucchia è una vedetta costiera, Torre Baglioni apparteneva alle mura fortificate della città e Torre Ricciardi era inglobata in un palazzo gentilizio.

Il castello è posto ai margini dell'abitato, in una posizione spettacolare a strapiombo sul mare e fu edificato a metà Quattrocento dagli Aragonesi.
Dell'impianto originale rimangono parte di mura esterne e torri affacciate verso la città.

Qualche chilometro più a sud, senza allontanarsi dal mare, si staglia, maestoso, un altro bellissimo castello aragonese, quello di Vasto situato sulla collina dov’è adagiata la città alta.

Era dimora di Jacopo Caldora, cavaliere di ventura e connestabile, personaggio di grande carisma e cultura.
Non tutti i mari sono uguali.
E’ proprio vero.
Come tutte le terre ognuno di essi ha le sue caratteristiche di colori, d’intensità dei profumi, di forme delle onde.
Alcuni però si distinguono nettamente.

Il mare della costa dei Trabocchi, è un universo affascinante, impreziosito talvolta da coreografici insediamenti umani.
Sfregiato altre volte da un’incuria che non esiterei a definire criminale.
Dall’altra parte c’è il verde delle colline, con campi pettinati di zolle arruffate come capelli di una donna riccia dove si adagiano piccoli centri, all’apparenza inutili contenitori di mura imbiancate e finestre, ma la cui storia millenaria si può leggere solo nelle loro viuzze strette.

Mi trovo davanti all’ingresso del trabocco. Qui mi dicono si mangi da re.
Pesce appena pescato con le reti protese sul mare.
Mi si para davanti la cuoca proprietaria che, nel frattempo, continua a parlare in italiano e a tratti in tedesco con alemanni giunti fuori stagione.

“Queste acque - urla con linguaggio misto al dialetto locale - sono piene di fantasmi che si aggirano nel profondo”.

Poi si accorge di essere stata forse troppo inquietante e aggiunge:
“Sono tanti i pescatori ghermiti dal mare in tempesta che preferiscono girare alla larga dai turisti!”
Tutti scoppiano in una fragorosa risata.
Un gabbiano stridulo, si abbassa a pelo d’acqua, volteggia, lancia il suo grido rauco, poi riprende quota puntando dritto verso il trabocco.
Il legno sembra assorbire dai suoi lunghi pilastri tutto l’umore e la salsedine del mare.

La cucina dentro è qualcosa d’inimmaginabile tra bottiglie, spezie, barattoli, riso, padelle grigie e pesanti con manici in ghisa.
Il caldo oggi si fa ancora sentire, è opprimente, avvolge tutto come marzapane rendendo difficile ogni movimento, ogni pensiero o gesto.

La vista, dal trabocco, spazia su di una piccola darsena tra barche di mille colori, intrise dell’odore del pesce e della salsedine.

Le reti sono pazientemente dipanate e riavvolte da mani esperte.
Sono pescatori da una vita, figli anch’essi di uomini del mare.

Le donne con la proverbiale pazienza certosina ricuciono, rammendano gli squarci nelle reti determinati dal dimenarsi del pesce in trappola.
Al porticciolo si avverte forte il contatto del mare.

Guardo l’aquilone volteggiare nel cielo ventoso.
Capisco perché il D’Annunzio scriveva: “ O desiata solitudine, lungi al rumor degli uomini, o dolce speco d’incanto….”

COME ARRIVARE
In auto: da Bologna Autostrada A14 uscita Pescara Nord; 
da Bari Autostrada A14 uscita Pescara Ovest;  
da Roma Autostrada A25 Roma-Pescara uscita Chieti-Pescara.
Le località costiere dell'Abruzzo si trovano sulla dorsale ferroviaria adriatica che collega i grandi centri del Nord e Bologna con la Puglia.
Per raggiungere Chieti, collegamenti diretti partono dalla stazione di Pescara.
La stazione ferroviaria ad alta percorrenza più vicina a Teramo è Giulianova; da lì partono treni locali diretti a Teramo.

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giovedì 12 settembre 2013

L'eremo di Santo Spirito: il prodigio celestiniano

Il bosco sotto le gole del fiume Orfento si presenta rigoglioso.
Non pare soffrire la calura di questa estate scoppiata all’improvviso nel fine luglio.

L’atmosfera, nonostante gli uccelli sparino trilli prodigiosi, è severa e inquietante.
I secoli bui del medioevo sembrano ancora dettar legge.

Oltre il bosco più fitto, la valle sottostante s’in serra tra aspre pareti e orridi dirupi che puoi immaginare, con fervida fantasia, popolati da creature mostruose e belve feroci.
Si entra quasi allibiti nel Vallone di Santo Spirito. 
Di colpo un uomo appare ciondolante mentre trascina la cavezza del suo mulo stanco e recalcitrante.

La bestia ha lo sguardo che fa impietosire come di chi aspetta o la fine o l’onorevole pensione.
Sulla groppa dell’animale grosse fascine di legna.
Il posto, nonostante la sterrata sia asfaltata, non perde la sua aria impervia e ostile. L’eremo di Santo Spirito si presenta davanti a me in tutta la sua imponenza.

Sono fortunato perché nonostante sia quasi agosto, a quest’ora del mattino i turisti si stanno appena svegliando e decidendo di venire fin quassù per il picnic estivo.

Qui la prima luce del giorno è fantastica.
Le brume leggere che trattengono le tenebre, pian piano si dissolvono e i raggi di un sole ancora senza forza che arriva dall’Adriatico, fa pulsare tutto di nuova vita nella fitta macchia che ricopre i fianchi del Vallone di Santo Spirito.

Chiudo gli occhi e nel silenzio mi pare quasi di vedere Pietro Angeleri, al secolo Pietro da Morrone, risalire nel lontano anno Domini 1244, quest’aspro burrone settentrionale dopo aver abbandonato le facili strade della valle Peligna, tutto teso a diffondere ovunque l’Ordine monastico dei Celestini.

Non immaginava il povero cristiano, come lo definì secoli dopo Silone, che sarebbe capitato nel bel mezzo di vicende storiche, spirituali e politiche difficili da affrontare, soprattutto in veste di successore di Pietro l’Apostolo.

Era ancora più difficile guidare la Chiesa in quel periodo in cui le Regole Benedettine di miseria e povertà cozzavano contro la protervia e la delinquenza di porporati senza scrupoli tesi a vendere indulgenze plenarie a ricchi crapuloni nel famigerato commercio detto dei “Simoniaci”.

Fra Pietro per anni aveva realizzato nel centro sud un numero notevole di monasteri anche angusti e poco più di eremitaggi difficoltosi anche da raggiungere.

Questo del Santo Spirito, originariamente non più che un vecchio romitorio, fu certamente il suo capolavoro, ricco di storia e leggende incredibili.
Oggi poi, dopo diverse reinterpretazioni in interventi architettonici a volte disastrosi misti a lunghi periodi di abbandono colpevole, l’antico anfratto ascetico si presenta come una vera e propria abbazia.

C’è tanto di chiesa, sagrestia, foresteria, ma anche affascinanti percorsi sotto grotta, quasi fossimo davanti a un monastero con dipendenze esterne.
Il semplice romitorio è stato integrato con opere murarie ma per fortuna gli ampliamenti hanno preservato le belle conformazioni rocciose simili a quelle del vicino eremo di San Bartolomeo, tugurio conosciuto molto prima del passaggio di Celestino V.

All'interno della chiesina a cui si accede attraverso un bel portale settecentesco, c'è una bella statua di San Michele Arcangelo e un tabernacolo opera di un artista della vicina Roccamorice.

Sono insediamenti che lasciano stupefatti se pensiamo che sarebbero stati abitati dagli asceti ben prima del 1000, opere senza tempo in una montagna, la Majella, presenza viva forte ed eterna che incide profondamente nella vita delle genti di questo magico lembo di terra d'Abruzzo.

Il cenobio rupestre, il più famoso degli eremi celestiniani si raggiunge: 
A24/A25 RM-PE uscita Alanno-Scafa/ proseguire in direzione Caramanico/ Roccamorice da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ A25 direzione Pescara uscita Alanno-Scafa/ proseguire in direzione Caramanico/ Roccamorice


 Informazioni sull' eremo santo spirito a majella
presso il  Municipio di Roccamorice tel. 085-8572132


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martedì 10 settembre 2013

Le seduzioni della città ducale

“La bellezza delle cose è nella mente di chi le guarda”. 
(David Hume, filosofo e storico scozzese vissuto nel ‘700)


Gli orizzonti verso l’Adriatico sono dolcemente mossi come lenzuola gonfiate dal vento.
Il paesaggio si dispiega dolce, a tratti grandioso, docili quinte di colore sfumano in lontananza nel blu del mare.
Passano gli anni, i decenni, tutto intorno cambia, ma dai tavoli del caffè che si affaccia sulla piazza centrale di Atri, lo scenario pare inalterato.

Alcuni amici che conservo da anni nella città ducale, si lamentano di un buffet scaduto visibilmente rispetto a qualche anno fa, ma a dire il vero non m’interessa granché.

I miei occhi rimirano la splendida Cattedrale di Santa Maria Assunta, eretta su di un’antica chiesa romanica, con la sua mole trecentesca, l’ardito campanile dal corpo quadrato, terminante a piramide, alto cinquantasei metri.

Devo ammettere, soffocando moti campanilistici, che il suo equilibrio architettonico è superiore al Duomo di Teramo.
La sua larga facciata in pietra, la cornice cuspidata, il rosone a dodici raggi, il ricco portale opera trecentesca di Rainaldo, tutto dona alla struttura, gusto a profusione.

Questo manufatto è un universo nel quale sembrano permanere all’infinito, gli aneliti, i sacrifici, le speranze, la fede vissuta da intere generazioni.

L’interno, elegante nella sua sobrietà, è a tre navate scandito da archi gotici.
Strano destino delle parole.
Dici “gotico” ed è subito medioevo.

E’ quasi una parola “magica”: la pronunzi e il pensiero corre all’ombra profonda delle cattedrali che invade e sovrasta le città con guglie ardite, enormi finestre dai vetri istoriati e policromi e i portali scolpiti tra figure di santi, angeli e qualche demone o mostro di troppo!
Eppure non è così!

Questo incredibile scrigno atriano è ricco di luce, le navate non sono per niente buie.
Un fiotto caldo di luce preziosa entra e rende godibile tutta l’immensa ricchezza del ciclo pittorico del '400 di Andrea De Litio.
Orna mirabilmente le pareti del coro dei canonici.
Un’opera che se si trovasse al nord, avrebbe in ogni ora della giornata, capannelli entusiasti di visitatori.

Una delle più imponenti opere illustrative del Rinascimento abruzzese con oltre cento pannelli raccontanti, mirabilmente, episodi della vita di Gesù e Maria, tra Evangelisti, Dottori della Chiesa e Virtù Teologali.

Molti anni prima il papa del gran rifiuto, l’anacoreta e piccolo frate Celestino V, aveva concesso il privilegio della Porta Santa e della distribuzione delle indulgenze.
Sarebbero tante le opere da ricordare all’interno di questo luogo sacro dell’arte.

C’è, ad esempio, un organo fantastico con seimila canne!

Sopra la mia testa c’è il Teatro Comunale, di stile cinquecentesco, che scimmiotta nello schema compositivo la mitica Scala di Milano, ma che nell’insieme, contribuisce a rendere unica, questa piccola arena naturale di piazza Duomo, simbiosi mirabile tra architettura e gente.


Il teatro fu inaugurato nel gennaio del 1881 con tre ordini di palchi e l’elegante loggione.
Una vera bomboniera dell’acustica sorprendente.

A proposito di musica, pochi sanno che ad Atri c’è anche un archivio musicale tra i più ricchi d’Abruzzo nel quasi sconosciuto museo dedicato al maestro Antonio Di Jorio, nato ad Atessa alla fine dell’ottocento e morto nel 1981.

In fondo alla piazza, mi riempie gli occhi, il cinquecentesco palazzotto gentilizio della Curia, edificato nel periodo di Paolo Odescalchi (1566-1572), trentesimo dei cinquantacinque vescovi della Diocesi di Atri Penne, che fece costruire anche il Seminario, celebrò il Sinodo del 1571 e partecipò alla battaglia di Lepanto, tra le flotte musulmane dell'Impero ottomano e della cristiana Lega Santa.
Atri è così!
Una città generosa di memorie.
Le sue chiese, i suoi palazzi, le sue pietre raccontano un passato straordinario che parte ancor prima dell’epoca romana.

Con il Sacro Romano Impero divenne centro di enorme importanza strategica, il cui porto insisteva lungo la costa del Cerrano.
Nel trecento fu il feudo degli Acquaviva.
La potente famiglia gentilizia trasformò l’antica Hatria, in centro amministrativo dei possedimenti, realizzando il palazzo Ducale, luogo cruciale di storia dell’epoca del mecenatismo rinascimentale e le numerose chiese oggi ancora presenti.

Da veri mecenati, poi, i nobili furono committenti entusiasti di opere d’arte d’immenso valore, oggetti di culto e arredi preziosi, tessuti, ceramiche, quadri, gioielli che oggi rendono pregiate le sale del Museo Capitolare.

La famiglia diede alla chiesa sei cardinali e numerosi prelati.

Mi allontano dal piccolo centro storico, abbandonando le numerose facciate secolari, i cortili ad arco, i palazzi nobiliari che si alternano a piccoli negozi, caffè e l’immancabile bottega dove reperire il “dolce ducale” e la liquirizia famosa in tutto lo stivale d’Italia.
Caracollo fino al belvedere, per sentirmi catapultato nell’infinito.
Prima delle acque blu dell’Adriatico pinetese, arriva una sorta d’inferno dantesco che disegna la genesi dei paesaggi argillosi.

Dirupi di creste nude che destano meraviglia, di volta in volta si avvinghiano alla vegetazione a fondo valle, convivendo a fatica con il lavoro e gli interessi dell’uomo.
E’ l’inedito parco naturale dei calanchi atriani, un mondo tutto a sé, popolato da rapaci, istrici, volpi, faine.
“La natura recita un dramma: non sappiamo se anch’essa lo vede e tuttavia lo recita per noi che contiamo veramente poco”.

Forse solo l’immagine efficacemente espressa dallo scrittore, poeta e drammaturgo Johann Wolfgang von Goethe, può cambiare la lettura del messaggio che un ambiente drammatico invia a chi si sofferma a guardare queste escrescenze della terra.

Il sole e la pioggia di secoli hanno di volta in volta disseccato, spaccato profondamente l’argilla e, poi, in una sorta di compensazione naturale, la pioggia l’ha gonfiata, incisa.
Un trattamento così violento che ha determinato incredibili e spettacolari erosioni.
Il Parco dei Calanchi offre escursioni fantastiche in natura e uno stupendo serpentone per pedoni, bici e cavalli, lungo circa otto chilometri.

Credo che questa mirabile amalgama di arte e paesaggio, gastronomia e gusto di vivere, con la sua miscela di eleganza e armonia sia il giusto luogo dove terminare un viaggio da incorniciare.

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Si raggiunge attraverso l'autostrada A/14 Adriatica, uscendo al casello Atri-Pineto e percorrendo circa 9 chilometri. Dalla statale 16 Adriatica, si raggiunge Atri imboccando la strada provinciale 28 da Pineto, oppure la strada provinciale 553 da Silvi Marina.
Da Teramo, statale 150 della Valle del Vomano, deviando verso sud nei pressi di Notaresco.


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lunedì 9 settembre 2013

Le pietre parlanti di Ripattoni

Così vicino nello spazio, così lontano nel tempo.
Penso a questo mentre affacciato sul muro del belvedere di Ripattoni, ai miei occhi si apre una finestra sull’immensità di colline e montagne che regalano pace all’anima.
Un tramonto da favola!

Ma c’è anche una valle, quella del Tordino, pesantemente cementificata, dove scorre veloce e puzzolente il traffico della superstrada che porta a Roma.

Qui però, a pochi chilometri sopra, è tutto un altro mondo.

È l’alternativa all’aggressione del bitume, il trionfo di un quieto paesaggio bucolico.

Il silenzio della campagna riesce a dare l’idea del tempo che si è fermato.
Di certo non è solo pace.
C’è anche tanta storia, per giunta sontuosa.

L’atmosfera del borgo di Ripattoni è qualcosa d’incantevole in grado d’ispirare la sensibilità di artisti e il gusto del bello dei turisti.
L’armonia delle testimonianze monumentali è preservata da quest’angolo di medioevo intatto, tra acciottolati, scalinate, palazzi, portici e anfratti fatti di pietre che raccontano la storia e l’identità del vecchio e minuscolo borgo.

Nella mente torna la frase del grande reporter Ansel Adams che diceva:
“La fotografia non è sola quello che vedete ma anche e soprattutto quello che sentite”.
Per restituire a un pubblico ignaro di tanta bellezza la realtà del piccolo paese, occorrerebbe la magia che grandi fotografi hanno nel loro bagaglio tecnico.

“Il cuore di Ripattoni è fatto di pietra”, recita il simpatico libercolo realizzato da una vulcanica Pro Loco che organizza tante iniziative per condividere con più persone possibili la bellezza di “Ripa Actonis”.

La Rupe di Attone era il regno del principe longobardo che possedeva tante terre tra Teramo e Bellante.
Poi venne il dominio degli onnipresenti Acquaviva, che incastellarono mirabilmente l’abitato.

Ancora oggi c’è una fantastica torre trecentesca in pietra e laterizio che è il vero simbolo del luogo, a base quadrangolare, ai piedi della quale si trova l’anonima chiesa dei santi Silvestro e Giustino.

Il gioiello del paese però è sicuramente il possente Palazzo Saliceti, da poco restituito alla fruizione pubblica con mostre di notevole interesse.

Nacque proprio qui il patriota Aurelio Saliceti (1804-1862), ammirato giureconsulto e tra i primi affiliati alla storica Giovane Italia, ministro di Grazia e Giustizia nel Regno delle Due Sicilie.

Poco lontano dal borgo, assolutamente da visitare è la chiesina campestre di Santa Maria in Herulis.

Ripattoni sazierà la vostra voglia di scoprire, ne sono certo.
Un percorso affascinante sorprendentemente dietro casa.

Per raggiungere Ripattoni: da Nord e da Sud Autostrada A14 Bologna-Taranto uscita Mosciano S.Angelo proseguire sulla superstrada Teramo - Roma uscita Bellante. Da Roma Autostrada A24 Roma-Teramo proseguire sulla superstrada Teramo Mare uscita Bellante.
La stazione ferroviaria è  a 2 km dal centro di Ripattoni che consente un collegamento rapido con il capoluogo di Provincia (Teramo) e con la costa adriatica (Giulianova).
 

Per contatti:
Associazione Pro-Loco Ripattoni
Via S.Giuseppe, 1 - 64020 Ripattoni 

prolocoripattoni@gmail.com

Siti:
prolocoripattoni.wordpress.com
ripattoninarte2013.wordpress.com

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domenica 8 settembre 2013

Il linguaggio della Fede: San Tommaso a Caramanico

Proponiamo un viaggio entusiasmante, alla scoperta dei segreti della chiesa di San Tommaso Beckett, a Caramanico Terme.

La campana alle nove del mattino, chiama i fedeli a raccolta. La monumentale chiesa, a pochi tornanti da Caramanico Terme, in provincia di Pescara e nel cuore del Parco Nazionale della Majella, è dedicata all’arcivescovo di Canterbury,

San Tommaso Beckett, assassinato nel 1170 mentre celebrava una funzione religiosa.
L’abito pontificale si arrossì del suo sangue innocente sparso a causa dell’eterna lotta tra la Corona inglese e la Santa Romana Chiesa.

Tre anni dopo, lo sventurato fu santificato da Santa Romana Chiesa.
“In verità per lungo tempo si è stati convinti che la chiesa fosse intitolata all’apostolo Tommaso le cui ossa riposano in Ortona”, a parlare è il curato di campagna che officia messa e cura le anime del paese di Salle, pochi tornanti dall’affascinante castello a picco sulle gole dell’Orta .
“Qualcuno addirittura pensava a San Tommaso d’Aquino…”.

In verità sono in pochi a conoscere questo santo d’Inghilterra.
Grazie ad un altrettanto sconosciuto abate di Casauria, tal Leonate, il culto per Tommaso arrivò, nell’antichissimo cenobio benedettino, dopo aver raggiunto Subiaco, Bucchianico e giù, nel tacco d’Italia, fino a Monreale in Sicilia.

Chiacchieriamo con il sacerdote davanti al bellissimo portale maggiore, sormontato da un architrave che reca scolpite a tutto tondo, le figure di Cristo e degli apostoli.

Innumerevoli sono i simbolismi sulla facciata.
Il bellissimo Fiore della Vita, che si ricollega a una tradizione cara ai Templari è scolpito su di una pietra della finestra nell’abside esterna e due sono i fiori “accoppiati” in un cerchio, incisi misteriosamente.

I Templari ebbero vasta diffusione in Abruzzo, perchè il loro fondatore, Ugo di Pagani, pur essendo lucano di nascita, contava numerosi feudi nella nostra regione come Moscufo, Spoltore, S. Valentino, Vicoli, Villanova.
Gli uomini rosso- crociati di Dio abruzzesi, ereditarono conventi abbandonati dai benedettini.

Contro il cielo, il profilo tozzo della montagna del Morrone, forma una magica geografia di cupole d’erba.
Qui, come pochi altri posti in Abruzzo, il legame tra la terra e l’uomo sembra essere più felice.
In lontananza, la montagna madre disegna un paesaggio aspro, ricoperto di boschi e solcato da gole selvagge, in cui si celano misteriose grotte, meta preferita degli eremiti in tempi andati. Gorgoglia, sotto i piloni di un immane ponte, il fiume Orta.

I simboli sono ovunque, dentro e sotto le pietre.

Eppure quello che forse conta di più non sono i tesori architettonici ma quello che è stato loro attribuito nel corso dei secoli.

Anni fa, il rinvenimento di bronzetti raffiguranti il dio Ercole, la divinità dalla forza prorompente, custode delle sorgenti e nume tutelare dei pastori, suggerì l’ipotesi fantasiosa che in questo sito ci fosse, nella notte dei tempi, un’area di culto importante.

L’utilizzo delle fondamenta di un preesistente edificio sacro, probabilmente legato al culto delle acque, come sembra attestare la cripta e il pozzo arcaico di acqua sorgiva, ancora oggi determina manifestazioni di credenze popolari tra religione e superstizione.

Un primo tempio fu fatto edificare in questo luogo, nel 45 d.C. in seguito all’apparizione degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.
Di certo, la chiesa attuale risale alla seconda metà del XII secolo e la costruzione è attribuita alle maestranze di San Clemente a Casauria.
Un’iscrizione, posta sul portale sinistro, testimonierebbe comunque la conclusione dell’edificazione nel 1202.

Tre navate di aspetto basilicale che conservano alcune pitture di epoca duecentesca che rimandano ai temi bizantini della bella Santa Maria ad Criptas nelle vicinanze di Fossa dell’Aquila.
Ai lati dei gradini che conducono al presbiterio, si ammirano due leoni di bella fattura risalente al periodo romanico.

E’ visibile anche, un bel crocefisso risalente al XV secolo.
 Tra gli austeri pilastri, un esile e stravagante monolito transennato!

Il parroco racconta che il mito della fertilità pian piano si è trasmesso dalle bestie agli esseri umani.
La cosiddetta “Colonna Santa” che poggia su di una sproporzionata zoccolatura ed è sormontata da un enorme capitello altrettanto sproporzionato, ornato da palmette e tralci serpeggianti, avrebbe proprietà risanatrici.

Unica nel repertorio della plastica medievale, la colonna ha avuto nei secoli una forte presa sulla fede popolare, che la vuole portata sul posto da un angelo e che ne ha fatto oggetto di devoti strofinamenti. L'assottigliamento nella parte inferiore dovuta anche al fatto che spesso erano asportati souvenir di pietra, ha costretto la Sovrintendenza a transennare il manufatto.

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sabato 7 settembre 2013

Il patrimonio della terra

Un percorso avvincente a Caramanico terme, cuore della montagna madre della Majella, nella tradizione del benessere, immersi in una natura straordinaria tra acque curative, fiumi che corrono in strette gole, borghi semi abbandonati ed eremi dislocati in selvaggi dirupi.

Ippocrate che di medicina se ne intendeva eccome, soleva ripetere che è la natura a curare i malanni dell’uomo.
A Caramanico Terme ne hanno fatto una filosofia di vita.
Il cartello che dà il benvenuto ai visitatori recita: “distretto del benessere”.

E, per la verità, la parola benessere viene utilizzata un po’ovunque: sullo striscione del palco in piazza dove si svolgono gli intrattenimenti serali, sugli zerbini dei confortevoli hotel che ospitano il turismo termale, nelle vetrine dei piccoli negozi del corso.

Perché qui è forte il senso dell’ospitalità per una terra benedetta con acque tra le migliori d’Italia, capaci di curare, rilassare, rigenerare.
Questo minuscolo paese che d’inverno conta circa 1000 abitanti e che d’estate triplica le presenze, è tra le prime dieci località turistiche montane in una speciale classifica stilata dal Touring Club Italiano in collaborazione con Legambiente.

Fa bella mostra di sé per le sue qualità naturalistiche, la gestione eco compatibile del territorio, l’accoglienza e il rispetto dell’ambiente e non sfigura al cospetto di località blasonate come Cogne nel parco del Gran Paradiso, Ceresolo Reale nelle alpi piemontesi, Braies e il suo splendido lago in Alto Adige e Pietracamela nel comprensorio del Gran Sasso d’Italia.

Caramanico vive con incredibile tranquillità il delicato rapporto tra wilderness e civilizzazione.
Basta allontanarsi di qualche passo dal centro storico per ritrovarsi immersi nella fantastica gola dell’Orfento, con le sue pareti rocciose che quasi si toccano, in uno tra gli spettacoli più emozionanti che la natura possa offrire.

Pareti calcaree, rocciose, strapiombanti che si aprono a cavità carsiche vertiginosamente affacciate sul fiume, ad incidere profondamente il versante nord occidentale della Majella, la dorsale più elevata del massiccio che collega il Blockhaus con il monte Focalone, i Tre Portoni, Pescofalcone.

Un infinito paesaggio dell’anima che genera, come pochi luoghi riescono a fare, sentimenti contrastanti che difficilmente lasciano indifferenti: entusiasmo, serenità, armonia, inquietudine, in alcuni casi, paura.

Un solco gigantesco, rivestito di fitte faggete e popolato da lupi, cervi, caprioli, orsi e aquile reali. Un mondo magico che, in pochi chilometri, scende dai 2676 metri fino ai quasi 600 di Caramanico tra boschi, cascate ed eremi, in cui ancora è possibile respirare l’aria del misticismo, la parte santa della Majella, nascosta nel fitto della vegetazione, dove gli anacoreti annullarono la loro vita, dedicandola alla contemplazione di quel Dio che da queste parti ha dato il meglio della sua stupenda opera.
Figure di santi e beati che elessero questi posti a loro “deserto personale”.

Qui le acque che scendono tumultuose, subiscono mutazioni cromatiche indescrivibili.
Rocce erose, nude pareti di calcare alte diverse centinaia di metri che appaiono come tormentate da lame affilate.

L’acqua scava, sagoma la pietra poi quasi scompare nelle viscere della terra, riaffiorando all’improvviso in piccole cascate.
Qualche chilometro e ci si trova immersi, poi, in riserve naturali o nel cuore del Parco Nazionale della Majella.

Per lunghi anni la valle ha vissuto la spinta ascetica della solitudine, della preghiera con esempi fulgidi di uomini come frà Pietro Angeleri, colui il quale divenne il “papa del grande rifiuto”.
Innumerevoli borghi incastellati, spesso abbandonati, impreziosiscono la vallata che si sviluppa intorno alla opulenta Caramanico.
Salle Vecchia, ad esempio col suo fantastico castello.

Il profilo segnato dal maniero con le sue torri merlate testimonia una storia secolare, inaspettata quasi in questi luoghi lontani dalle grandi vie di comunicazione.
Il rifilo della rocca si staglia sull’ultimo colle prima del complesso montuoso del Morrone, antica via di transumanza.
Il castello era il baluardo difensivo a controllo della valle dell’Orta.

Il paese è una vera e propria cittadella dell’arte con tante vie strette che si intersecano meravigliosamente tra loro.
Sono tanti i monumenti, uno dei più importanti è l’Abbazia di Santa Maria Maggiore fondata dai monaci benedettini di S.Clemente a Casauria intorno all’anno 1000.

Dal suo impianto architettonico si evince che l’edificio sia stato costruito con la duplice funzione di essere fortificazione a difesa del paese, date le sue imponenti mura e luogo di culto preminente rispetto alle altre chiese del territorio circostante.

Del complesso monastico delle Clarisse sappiamo che fu fondato nel 1636 da Giovan Battista Castruccio, cittadino locale che volle destinare la sua dimora a monastero.
L’abbandono da parte dell’ordine monastico della struttura avvenne a fine ‘600 dopo che un terribile terremoto lo danneggiò.
Oggi, l’edificio recuperato parzialmente è destinato a ospitare eventi congressuali e, visitandolo, è ancora possibile, individuare la Chiesa annessa al convento dedicato a San Giovanni Battista

La chiesa di San Tommaso Becket rappresenta uno dei monumenti più interessanti che si trovano a Caramanico, di elevato pregio e valore artistico anche se la sua costruzione è stata particolarmente tormentata; essa è conosciuta anche con il nome della grande incompiuta.


I lavori per la sua edificazione, infatti, iniziarono nel 1202 e prevedevano la costruzione di un maestoso edificio di stampo romanico con annesso portico, all’interno un pulpito e numerosi decorazioni di grandi artisti.

Nacque per iniziativa di una comunità agostiniana che volle dedicarla a San Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury; assassinato nel 1170 in Inghilterra.
La chiesa al suo interno è strutturata a tre navate.

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